Ask the Dust
Ieri sera cinema. Serata estiva al parco. Immersa in una docile incavatura nel terreno mi si presenta dinanzi una cupola di legno corredata di schermo. Sedie di plastica, classico temporale fantozziano in arrivo e occhiatacce furiose a chi tentava di sedersi nella sedia di fronte alla mia. A furia di sguardi maligni mi sono ritrovata in prima fila. Il film era “Chiedi alla Polvere” con Colin Farrell e Salma Hayek. “Ask the dust” in origine, romanzo capolavoro di Jhon Fante. Comincia il film e sono piena di buone speranze, a parte la bella faccia e le spalle muscolose di Colin Farrell, che poco c’entrano con l’immagine che mi ero personalmente fatta di Arturo Bandini. Forse Fante avrebbe gradito. Non so. Guardo lo svolgersi della vicenda con scetticismo in aumento. Intanto tutto attorno gente che passeggia con i figli piccoli al seguito, le mani imbrattate di terra e di gelato, qualcuno che allena i glutei correndo, coppie che amoreggiano distese sull’erba, risate in lontananza, un cane che abbaia ad un altro cane, una vecchietta col cappello seduta su una panchina. Ed in mezzo noi, spettatori di un film sulla California, sullo scrivere e sugli amori non corrisposti.
Alla fine mi dico che avrei fatto meglio a sedermi di fianco a quella vecchietta ad osservare il via vai delle persone nel parco. Sarebbe stato più interessante e non avrei dovuto immaginarmi Jhon Fante, incazzato come una bestia, camminare su e in giù per i corridoi dell’altro mondo.
Che dire? Ti capisco Jhon. Chi non se la sarebbe presa? Ti conviene fartene una ragione.
Alla fine mi dico che avrei fatto meglio a sedermi di fianco a quella vecchietta ad osservare il via vai delle persone nel parco. Sarebbe stato più interessante e non avrei dovuto immaginarmi Jhon Fante, incazzato come una bestia, camminare su e in giù per i corridoi dell’altro mondo.
Che dire? Ti capisco Jhon. Chi non se la sarebbe presa? Ti conviene fartene una ragione.


2 Comments:
E mi ritrovo, dopo il solito due di picche autoimposto, appoggiato allo schienale del letto, accomodato con 2 cuscini + 1 poggiatesta da viaggio che mi son portato appresso sin dalla partenza del viaggio. Da dire che, tra tutto, la cosa più pulita è, manco a dirlo, il mio cuscino da viaggio. Per inciso: ci ho dormito sudato per una settimana; è stato appoggiato alle lenzuola di tre diverse Guest House (senza nulla togliere alla pulizia in queste strutture...) e su una stuoia in tenda. Ecco, or ora si trova dietro il mio collo sudato per l’umidità soffocante (e per l’alcool in corpo) e, sotto di se’, a sorreggerlo, ci stanno 2 cuscini. Appunto. Che non sono di certo + puliti del mio poggiatesta da viaggio. Questo è un eufemismo...
Lying on a bad in a Khao San Road center Guest House. Dirty bad. In a Guest House where you can ... .
Due di picche autoimposto, dicevo poc’anzi. Sì, perchè sempre, comunque, dovunque, quantunque, dipiùnque, ripetunque, così...come sempre...
Però ho fatto un passo in avanti. Mi sono messo a ballare dinanzi a Lei, deciso, a 30 cm di distanza. L’ho guardata, dritta negli occhi. Lei scappava con lo guardo. Ma continuava a danzare, sensuale, di fronte a me.
Un sorriso. Ricambio il sorriso. Nell’aria un filo immaginario, prolungamento del mio dito, che ondeggiava davanti al suo nasino come fosse un bruchino. E le ho stuzzicato l’attenzione. Lei rideva. Beffeggiava il mio gesto. Ma era dolce.
Faceva un pochino la sostenuta. Si è girata e appoggiata al bancone del bar, proprio ac-chiappa-ta verso me. Ondeggiava il didietro mentre ordinava da bere. Ondeggiava. Ancora. «Cazzo! Non si volta più?!» Non che non fosse un bel vedere, ma nemmeno potevo mettermi accovacciato a conversare con lui (il sedere). Per lo meno non in discoteca. «Vabbè» pensai «Lasciamola sbollire un po’». Decido che è il momento di farsi un giro, così Lei, voltandosi, non mi avrebbe più visto. «Ah ah» pensai. Poco soddisfatto della giustificazione che la mia Paura diede all’imminente “fuga”.
Il mio piano era semplice: 1- farla sbollire, facendole vedere che sono un duro. Sì, perchè io non posso dare a vedere, più di una volta, che la sto puntando. O cade ai miei piedi subito, oppure («ah ah») io me ne vado; 2-fare un giro; 3-tornare dinanzi a Lei, fissarla e, con sguardo ammagliante, rapirle il cuore.
Ommioddio! Ma veramente sono così truzzo?! Ma veramente credo in queste cagate dell’uomo duro, impassibile, orgoglioso e...truzzo?! Quello che “non deve chiedere mai”?!
Ommioddio!! Per fortuna lo sto scrivendo, così mi renderò conto, da sano, delle cagate che hanno determinato il mio comportamento!
Certo, c’è d dire che nemmeno il mio tempismo sia stato eccezionale: poco dopo essere passato alla fase 2 del piano (farsi un giro), mi sono approntato al bancone del bar, poco lontano da Lei, perpendicolare alla colonna che ci separava, per ordinare...una bottiglietta d’acqua! Grazie alla quale, per giunta, ho brindato con la brutta figa accanto a me. Appoggiata al bancone. Anche lei beveva acqua. Probabilmente per evitare quella straziante sensazione che nasce quando una è ubriaca e anche se la darebbe via al primo che passa, quel primo evita sempre di “approfittarsene”. E lei si accorge infine della desolata realtà. E si prende male. E se è sbronza si prende male il doppio. Ecco, mi sa che lei voleva evitare ‘sta cosa. Perciò beveva: acqua.
Abbiamo “brindato”, dicevo. Mi ha chiesto il nome: «Matteo» le ho detto nell’orecchio. «E tu?» ho chiesto con finto interesse. «Nam». E indicava l’acqua. «Che cazzo sta dicendo questa?» pensavo. Nel frattempo le sorridevo. «Che il suo nome significhi acqua nella sua lingua?» mi son domandato. Decisi di girarle il mio interrogativo. «Come ti chiami?» mi ha chiesto nuovamente nel suo inglese di merda. «Matteo» le ho sbraitato nell’orecchio. Repetita iuvant. Lei ha sorriso, col fare di chi non ha capito un cazzo, ma non lo vuol dare a vedere. Ma si vede. Eccome. «What does it mean your name? Water?» «Yes» ha annuito sorridendo con la sua faccia da imbecille. «My name means Lord’s gift» provai a spiegarle, giusto per fare due parole, regredendo il mio discreto inglese per venire incontro alla sua (dis)abilità linguistica. Mi ha guardato col fare di chi non ha capito un cazzo, ma non lo vuol dare a vedere. Ma si vede. Eccome. L’ho fissata con sguardo di pacato disprezzo e superiorità. «God. Do you know God?» e ho indicato verso l’alto. «Gift. A present. Do you know what a present is?» le chiesi. Con garbato disprezzo. Annuì con quel suo capo a faccia-di-cazzo. «Do you understand me?» le ho domandato. Con garbo disprezzante. Annuì, ancora. Stavolta un po’ indispettita. Ma con un sorriso. Garbato-disprezzante. «Stronzo» avrà pensato nella sua lingua. Quale idioma fosse poi, non son sono in grado di dirlo. Non sembrava thailandese. Bo’. Un misto. Che ne so?! Poteva finanche sembrare un po’ indiana. Infatti volevo chiederglielo, ma non avevo carta e penna con me, pertanto la sua testolina di cazzo non avrebbe nemmeno compreso la mia domanda. Posta in inglese elementare. Da regrediti, insomma. Ho pertanto rinunciato. «Enjoy your night!» le ho urlato in faccia (tanto perchè potesse sentirmi, s’intende) e scossi la mano x salutarla, come segno di scaricamento, mentre mi allontanavo.
Continuai ‘sto giro, mentre la mia bella-bellina thai si sbolliva. E, tho’, chi mi vedo? Mio cuggino dalle palle giganti che si stava strusciando su una piccola e bellina thai, avvolgendola con le braccia. Da dietro (così, per far sentire il pacco...). Mi son messo a fare due chiacchere con lui, mentre la piccola e bellina thai gli danzava davanti ... al pacco. Mentre la mia bella-bellina thai si sbolliva...
Ho proseguito il mio giro attorno al bancone del bar, rettangolare, al centro della della mini discoteca.
Incontro e saluto una tipa del Laos che mi aveva abbordato la settimana precedente mentre la sua amica ci provava col mio cuggino. Si era poco dopo scoperto che volevano il money. Così mi ha detto Jacopo, mio cuggino. L’aveva intuito parlandoci, mentre io andavo al cesso. Scappavo al caso. Nel senso che sempre, comunque, dovunque, quantunque, perdipiùunque, checcivuoifàunque, così...sempre così... Incapace di fare l’ultimo passo. Il vero provarci: avvicinarsi, cingerla alla vita, sussurrarle una frase qualunque (tanto siamo in thai, per di più!) e tentare di strapparle (abbastanza dolcemente) un bacio.
Non l’ho fatto con la bella-bellina thai, avrei mai potuto farlo con una puttaLaos? No! Certo che no! Correre il rischio di chiavarsi una tipa per 1.000 bth (20€)? No! Ma siamo matti?! Un bel lavoro con la lingua, un mischiarsi di corpi, un caldo avvolgimento pelvico... Perché mai?! A pagamento?! Una donna?! ...?! ...?! 20€? ...? ...
Dicevo: ho salutato la puttaLaos, sfiorandola con la mano sulla schiena all’altezza delle anche. Lei ha proseguito dritta, sorridendomi, ma senza darmi molto peso. Ha capito che non la scoperò mai per denaro. Ed io non sono abbastanza avvenente per farle cambiare idea e darmela in cambio di nessun compenso veniale in contraccambio.
Io proseguo il mio giro. Ho oramai circumnavigato il bancone del bar. Ritorno al punto di partenza, dove balla la mia bella-bellina thai dai bianchi pinocchietti. Ballava. Non c’è più!! Cazzo!! La musica in quel mentre ha smesso di suonare. E’ l’una! Qui a Khao San Road la musica finisce all’una! Consiglio degli Americani: fa parte del programma di “ribonifica” del quartiere (a quanto sembra), il quale prevede la chiusura dei locali alle ore 01:00, per evitare eccessi di sbornie ed accorciare idealmente la notte brava dei buontemponi. L’idea non è male davvero... O ci si trova la tipa da chiavare o è finita la serata. Così chi è bravo si porta via una thai, bella o brutta, od una turista. Generalmente cesso. Chi non è bravo, come me, se ne torna alla (verde) Guest House. E pensa.
All’uscita della disco lei si è fermata poco distante da dove mi ero arrestato per poter parlottare con mio cuggino. Mi ha visto, certo. Appena i nostri sguardi si sono incrociati (Lei stava salendo le scale - la disco è sotto il livello della strada - ed io ero già “in postazione”) ho mosso le labbra tramutando il mio sguardo in quello di chi vede uno spettacolo ammagliante , esterefatto di cotale bellezza della natura. Ovviamente lo eseguo come solo un attore si lunga carriera sarebbe stato in grado di fare. Di lunga carriera. E di 4ª segata! Vabbè, comunque mi ha notato. E sorriso. Io ho fatto un po’ il sostenuto, ma lacontinuavo a cercarla con lo sguardo. Cercavo i suoi occhi. Li incrociammo più volte. Ma non ho fatto nulla. Ho lasciato che quella bella-bellina thai se ne andasse a casa, dove si sarà tolta quella sua splendida maglietta color vinaccia che metteva in risalto le sue sinuose curve, e si sarà levata le sue anonime, ma carine, scarpette coi tacchi.
Ed è da pirla. Lo so che è da pirla! E che diamine! Lo so! Ma l’ho faccio. Lo faccio, quando invece dovrei vedere il tutto come una danza, un protocollo di approccio. Il suo voltarmi le spalle (ma senza allontanarsi), “dandomi il culo”...non è che forse, magari, poteva essere un invito? O comunque uno step della danza, una fase dell’approccio?!
Dovevo fare il passo successivo: accostarmi (facendomi largo tra le sue amiche body guadrs) ed invitarla a bere qualcosa insieme. 2 parole, un sorriso, «Listen, I’m not good with words, just wanna tell ya, you are very nice». Una cagata del genere, avrei potuto dire. Tanto siamo in Thai.
Ma non ce l’ho fatta. Bo’.
Beh...che dire...non male. Certo ci vorrebbero una spuntatina qua e là e qualche spruzzata di colore descrittivo, ma non male. Non tutti hanno il potere del riassunto. Scrivere racconti non è facile. Per niente. Io per dirti non ne sono capace. Ci ho anche provato ma i miei personaggi tendono a lamentarsi, costretti in un centinaio di battute. Diventano insipidi. Hanno bisogno di spazio.
Così non ne scrivo più per il momento.
Comunque:io fossi in te, non smetterei. Penso che scrivere sia una medicina. Un pò come il cibo o il sonno o l'amore quando si può chiamare amore, se riesci a capirmi. Sono cose che alla fine ti salvano. Scrivere. Mangiare. Bere. Dormire. Pensare. Ridere. Amare. Scopare non lo so. Forse sì. Ma io, personalmente, preferisco amare.
Sono cose per cui vale la pena.
Perciò continua a scrivere. Io sarò contenta di poterti leggere...
In quanto alla bella bellina Thai...non so...forse ci si dovrebbe chiedere come mai certe cose alle volte proprio non c'è verso di farle accadere...più ci si sforza e peggio è...così. Io sono per la spontaneità. E sono per il "solo se ne vale la pena". Le scopate nella vita ti danno un sacco ma ti lasciano poco. Forse il tuo inconscio già lo sapeva.
Diciamo che se fossi stata un uomo avrei riassunto il mio commento con un "ma bravo Pirla!". Ma sono donna e ti ho detto ciò che penso. Non ti dico di più.
Potrei dirti MEGERA o REMORE. Questo sì. Probabilmente capiresti.
Bacio
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