La Tela di Penelope

Aneddoti e pensieri

mercoledì, febbraio 29, 2012

Che tanto vi basti


Dovete provare ad immaginarvi un filo. Un filo lunghissimo, trasparente, tenace. Un filo che potrebbe pescare balene se queste si pescassero con un filo. Dovete cercare di immaginavelo mentre si dilunga nell'aria e si tuffa tra gli oggetti, tutti, senza badare a forme e colori. Un filo che oltrepassa gli ostacoli, la pioggia, la terra, i giorni e collega la testa di uomo a quella di una donna.  Non due bambini, non due ragazzi, bensì un uomo e una donna. Non so chi l'abbia deciso, ma è di questo che si tratta. 
Ora prendete un film. Anzi no, qualcosa che non ha la pretesa di essere un film perchè è un po' più corto di un film, ma che alla fine è come se lo fosse, un film. Lo trova lei per prima. Come si trovano funghi in un bosco, così per caso, curiosando tra le foglie. E quando lo trova il filo vibra e le tende i capelli, come se una fonte elettrica glieli sollevasse dalla cute. A lui, manco a dirlo, ci pensa subito. Così attraverso il filo la donna conduce da lui questo film, questo pensiero, questa poesia che ne è certa, lui solo può capire allo stesso modo in cui lei l'ha intesa. Ed è allora che lui la chiama.
Questo è il miracolo, la definizione esatta del filo, il suo svolgersi placido e tranquillo nel tempo e nello spazio.
“Adesso tu lo vedi con me” le dice lui. Una videochiamata. Una cosa da tutti i giorni. Una cosa che potrà sembrarvi priva di fascino e che in effetti si fa anche fatica a raccontarla, ma aprite bene le orecchie e ascoltate meglio che potete, insomma sentite qua. 
Adesso tu lo vedi con me,  dice lui come se fosse la cosa più naturale del mondo. E si capisce che la questione, così per come è messa non può che risultare impossibile. Ma non è questo. Non è guardare un film insieme. No. E' qualcosa di più. 
Mi spiego meglio. 
Riprendete tra gli occhi quel filo, teso a lunga distanza tra le loro teste, che passa monti, valli e strade trafficate, negozi di pellami e pescherie, cartelli stradali, bambini che tornano da scuola, quotidiani, supermercati e panini al prosciutto. Osservatelo bene mentre lei risponde con un sorriso:
“Ok”. 
Sono certa che lo vedete ondeggiare su quelle due piccole lettere appena sussurrate. E che vi pare fiducioso, sereno. Ecco. Tenete ferma la rilassatezza di quel filo, la sua tranquillità. Bravi.
Dunque ora immaginatevi questa donna che guarda quest'uomo che guarda questo film. Cercate di raccimolare come briciole su un tavolo queste insolite direzioni. Lei che lo guarda negli occhi mentre lui assorbe le immagini che lei stessa gli ha passato, una dopo l'altra. In silenzio. Non è uno sguardo comune, questo. Non è un collegamento diretto. E' qualcosa di più intimo, di più condensato, di più impastato di un semplice incrocio di sguardi. 
E' una concessione d'animo. Ecco cos'è. Un regalo inviolabile. Un lusso sfrenato. Un trapasso sacro su un filo. Un qualcosa che alla fine non mi è riuscito nemmeno di spiegarvi a parole, ma chissenefrega. C'è. Sta in quegli occhi. In quel filo. Mica può starci tutto in un foglio. 

Che pretese.
  


martedì, gennaio 03, 2012

Enne Bi


L'impressione è quella di camminare su un lago di ghiaccio, di quelli che hanno intorno alberi e montagne e sotto l'infinito delle profondità acquatiche. Lo fai con cautela, cercando talvolta appigli sicuri, incerto se procedere o rimanere fermo, nel disagio del luogo in cui ti trovi. Hai sempre, sempre, la sensazione di disturbare un lavoro complicato, di essere arrivato nel momento sbagliato anche se era quello il posto e quella l'ora in cui lei ti aspettava. Come se esistessero dei mondi che a te non sono concessi, nel quale non ti è permesso sbirciare, né tanto meno entrare. Questa è lei. Questa è l'impronta che ti da, non solo la prima volta che la incontri, ma anche le successive, anche quando parlarci ci hai già parlato un pò.
Il locale in cui ti aspetta è fuori città, in una provincia non troppo lontana. Ha un aspetto accogliente ma distaccato, come le poltrone su cui ti siedi: squadrate, senza schienale, addobbate di cuscini, per renderle meno spiacevoli, più famigliari. 
Il ghiaccio scricchiola sotto i tuoi piedi. Volumi di acqua scura si muovono senza toccarti. 
Il locale si riempie, gente che si ritrova nel centro della propria piccola città, un lunedì sera d'inizio anno, per bere, per parlare. Tu te ne stai su due piedi con il bicchiere di vino rosso che ti hanno infilato in mano e attendi, perchè hai come la sensazione che lì attendere sia sacrosanto, che di lì a poco accadrà qualcosa. Lo senti come si percepiscono i grandi rumori quando vengono da lontano, i crolli, gli scoppi, i terremoti. Lo senti come una prima iniziale, fluente nota. Una voce che sussurra, appesa al supporto di un microfono, la sua. 
Ti scappa da pisciare ma la tieni. Davanti a te tre amici e un cane erano pronti per andarsene ma decidono di restare. Si tolgono i giubbini, li appoggiano dietro la schiena. Il cane si sdraia al suono di un piccolo tamburo che si accavalla a quello di una tastiera, e mentre un basso riposa accanto a strumenti giocattolo, lei canta con se stessa, con due, tre, quattro volte la sua voce. Un coro, un'intero gruppo musicale si concentra tra le dita delle sue mani e le punte dei suoi piedi. Vedi scorrere acqua, il ghiaccio inizia a sciogliersi. E' lei che ti permette di dare un'occhiata là sotto, nella sua intimità, in quello che è davvero. Suona come fosse sola, alle volte si riprende, lancia uno sguardo, chiude la porta, poi ci ripensa, la lascia socchiusa. L'acqua sotto di te riesce ad essere calda e fredda insieme. Ed è a quel punto, con i piedi ormai immersi, che ti accorgi dei particolari: le pantofole di suo figlio, piccolissime, sostengono e sollevano la cassa, delle bacchette da batteria fissate con del nastro adesivo supportano una mezza pianola, due paia di mutande arrotolate attorno ad altre bacchette permettono dei suoni più attutiti sulla superficie di una mezza batteria. E' tutto provvisorio, precario. E' tutto puntuale ed esatto. Meraviglioso, ecco. Come il lago ghiacciato in cui ti ritrovi, che si scioglie e si ricompone sotto le suole delle tue scarpe. 
I tre amici di fronte a te si rimettono il giubbino, poi se lo ritolgono, decidono di restare ancora. Tra un pezzo e l'altro la gente chiacchiera, ma non appena lei decide di ricominciare è il silenzio a sorreggerla. Ti accorgi che dirige i rumori, i suoni, non solo nelle immediate vicinanze, ma anche lontano, anche le voci della gente, lo sbattere dei bicchieri nella lavastoviglie, la chiusura della porta che da verso il bagno. Non capisci come ci riesca. Ma succede così, che ci riesce e basta. 
E intanto tu stai lì, fino alla fine, con la viscica che ti scoppia, e quel lago che lentamente si sghiaccia e cambia forma e ti senti grato e vorresti dirglielo. Brava e folle, ecco cosa vorresti dirle. Magari anche un grazie, detto bene.
Perchè lei, quella distesa ghiacciata e difficile sui cui rimani in equilibrio senza sapere mai bene cosa dire e cosa fare, ti ha insegnato una cosa importante questa sera. Che non sono i mezzi a far la differenza. Ma il talento. 
Allora alla fine glielo dici quel grazie e lei, d'impacciato garbo, non ti chiede il perchè cosicchè tu possa correre ora e scivolare sul manto sicuro di quel bianco rinnovato e di nuovo congelato. 

giovedì, dicembre 22, 2011

Dieci passi, diecimila kilometri.


L'Autostrada la conosci già. L'avrai fatta almeno cento volte. E così pure gli incroci del centro città, il traffico, l'assurda ricerca di un parcheggio plausibile. Alla fine è Milano, il surrogato all'italiana di una vera metropoli. Ci arrivi e lo sai per sentito dire dove questo amico ti sta portando. Ma non riesci ad immaginare, nemmeno a percepire in verità, che con dieci passi di lì a qualche minuto percorrerai diecimila kilometri. Diecimila, mica una cosa da poco. Se te lo raccontassero la prenderesti per una cosa romantica, una di quelle cose da film, eppure ciò che succede è che sugli occhi senti calare una sciarpa verde e allora si fa buio, e suono, solo suono. Una voce ti guida ed è aereo, ed è volo ed è aereoporto ed è, all'ultimo passo, Osaka, Giappone. Il Giappone. Dimentichi Milano. Dimentichi il freddo. Dimentichi chi sei. E torni a vedere. Torni a sentire
E la prima cosa è una tendina di lino separata in tre punti, con gli ideogrammi blu indaco su un lato. La seconda è un disegno rosa e verde fermato sui bordi con del legno scuro. La terza cosa è l'odore della tempura. La quarta, quella che ti convince di aver percorso tutti quei kilometri in un attimo, è la parola. Parola che è un succedersi di suoni che cadono gli uni negli altri come grani di un rosario. Parole che appartengono ad un recente passato e di cui non vivi un solo giorno senza sentirne la nostalgia. Giapponesi che sembrano apparizioni. Non si vedono mai se non nei musei o negli spazi liberi delle stazioni, di ritorno da qualcosa, in partenza verso casa. Invece qui ce ne sono almeno dieci. E parlano tra di loro quel meraviglioso idioma che si cela tra il mare e le montagne di una terra lontana e rinchiusa a riccio nei secoli del proprio splendore. 
Così, come galleggiante, decidi di sederti al bancone e resti sola per qualche minuto. Ti sembra un miracolo essere lì, così lontano nel tempo di un respiro. Accanto a te delle persone mangiano, un ragazzo legge un libro pieno di segni neri, fissati come insetti in una teca. Ci sta immerso con la testa, come hai visto fare tante volte lungo quei tratti sullo Shinkansen. Tutti, nello spazio di almeno una decina di metri, parlano tra loro la stessa lingua. Ed è un viaggio che ti salta addosso come un animale feroce e bellissimo, come una tigre bianca senza fame. Leggi il menù, distrai le lacrime, sorridi al cuoco che con il dito nel palmo prepara il sushi e ti fa cenno di sì con la testa. Sembra capire. E tu, che ti senti completamente idiota lo ringrazi e non sai nemmeno bene il perchè, dato che sei ancora a metà strada sulla collina che ti porterà in un balzo verso l'apice di un percorso assurdo. Poichè è solo quando sevono il thè, quello che in Giappone chiamano Nihon-cha, che il tuo cuore per un attimo si ferma. Non sai se potrai reggerlo quell'odore lì, sentito per un mese, ogni giorno, e poi mai più. Ma è un attimo sospeso tra la felicità e la disperazione e subito tutto si ridimensiona. Trova il suo posto. Tanto che poi, persino la tazza calda della Toto in bagno, le verdurine e il sushi delizioso servito in un preciso vassoio laccato scuro, ti sembreranno correre sulla discesa che ti riporterà prima di sera verso casa. 
Arigatou gozaimashita Osaka. Arigatou gozaimashita F.

venerdì, dicembre 09, 2011

FoglieFragili


La strada che faccio sempre, quasi ogni notte di ritorno verso casa. La faccio al buio a sprazzi di lampione. La faccio cantando e muovendo l'automobile senza cura, con disattenzione. Tanto a quell'ora, con i due gradi che affligono l'aria, in giro non c'è mai nessuno. Solo qualche faro sparuto, qualche guardia notturna come briciole in un piatto a fine pasto. 
Perchè è inverno, ma sugli alberi ci sono ancora le foglie appese con le ultime dita. Sembrano spaesate, congelate nell'atto di invecchiare. In attesa del tempo, del vento, di qualcosa. Alberi bellissimi nello spoglio di una stagione. Dovreste vederli. 
Stavano lì anche questa notte, le foglie. L'ultima tremante resistenza. Aggrappate, facendosi forza sotto la luce di un lampione arancione al di là di un curva dolce della strada, una di quelle che accompagnano le ruote come un passo di danza. Tante, tantissime foglie. Stessa forma arrotondata, stessa fragile vibrazione tra il ramo e la testa, stesso colore del sole che a vederlo nel buio pare quasi un miracolo. Io ci sono arrivata con un pezzo di Goran Bregovich nelle orecchie, mani sul volante, testa appoggiata mollemente sul sedile, piede che automatico ha pigiato sul freno allo scattare del rosso. Ignara di ciò che mi aspettava. 
E in quei pochi metri, nello sfiato della frenata e della luce solitaria del lampione, ad essere proprio attenti avreste potuto anche sentirlo lo sparo del via. Quel rumore secco che decreta la partenza. Poiché in quel preciso ritaglio del tempo il vento ha donato a quelle foglie una morte elegante, leggera e rotonda. Una fine silenziosa e lieve. Ecco sì, lieve. Una cascata al ralenti sopra la trasparenza stupita del mio parabrezza, dove ci ho incollato gli occhi e appoggiato un sorriso di riconoscenza. La bellezza di una morte collettiva e la sincronia di uno spettacolo privato, nel ricamo esatto di uno stop. 
Pareva pensato per me. Una cupola dorata, un omaggio solitario. Una pioggia delicata, frammenti bruciati in una carezza dell'aria, centinaia di piccole foglie che in una nuvola scendono e si appoggiano fioche sulla lingua grigio piombo dell'asfalto. La scena perfetta di un film perfetto.
Il mio regalo di Natale. Eccolo.
Non avrei potuto chiedere di meglio. 

lunedì, dicembre 05, 2011

Acqua rotta

"Sto nello sfregio della notte.
Senza intesa. Senza accollarmi il fagotto e salvarlo. Oggi non salvo. Sono io la bufera che rovina. Sono la spina, il buco, l'inciampo.
Sono io l'innesto sbagliato che darà un frutticino sgorbio. Sono il relitto il rifiuto, la cosa rotta
l'urlo incenerito, la cappa che fa fumo. Sono io."

M. Gualtieri -Senza polvere senza peso-

mercoledì, novembre 30, 2011

Il treno



Elvira ha diciott'anni. Un abito nuovo, una valigia in mano, un biglietto del treno Napoli-Roma tra le dita, sola andata. E' pronta. Ha deciso di raggiungerlo là quell'amore sofferto, che si ruba al consumo. Di anticiparlo sui tempi, di coglierlo di sorpresa.
Elvira ha tutta l'aria di chi sta facendo un grande passo, di chi ha le idee chiare, di chi sa esattamente ciò che vuole. I binari le scorrono veloci sotto i pensieri. 
Guarda l'indirizzo perchè Roma è grande e lei non c'è mai stata. Ha in testa una lunga serie fluorescente di immagini meravigliose, di situazioni studiate e rivoltate come bistecche al burro, di quando lui la prenderà tra le braccia e la bacierà e le dirà Benvenuta, ti aspettavo. Le escono delle speci di bagliori dalle fessure degli occhi, mentre cammina incontro al sole. Via, numero, ingresso, il suo nome sul campanello. Suona Elvira, come fosse il primo violino di un'orchestra, con fierezza e vigore.
Ed è strano come si contorca la vita, come si diverta a prendersi gioco delle decisioni umane, quasi dicesse tra sé e sé, ah sì, allora ti mostro io cosa so fare. Ci ha quell'uomorismo invertebrato che poi lo capisci solo dopo, magari dopo mesi, magari dopo anni. Quando ormai di quella cosa lì ti rimane solo un sorriso preciso, quello dei ricordi piacevoli, quello del passato più antico, delle vecchie cartoline di te con quei vestiti che gli occhi del futuro riusciranno sempre a vedere assurdi.
Mica lo capisci subito, ovvio. Nemmeno Elvira capisce al volo quello che le succede dopo il suo assolo di campanello. Perchè le succede veloce, non ha molto tempo per pensare, è chiaro che se fosse arrivata con un minimo di protezione attorno a quel vestito leggero, rosa come le albe che le evaporavano dal biglietto del treno comprato con gli ultimi risparmi, di certo non si sarebbe ritrovata di nuovo lì, ferma come un ebete a chiedersi perchè. Lì, di nuovo alla stazione Termini, a riprendere in giornata il diretto per Napoli. La valigia non è nemmeno riuscita ad appoggiarla. Nemmeno volendo avrebbe potuto lasciarla dopo che lui le aveva detto lapidario, come lo sono solo i giovani, quel Non ti amo più. Poiché non si fermava Elvira. Restava in viaggio, la valigia di pelle stretta nel pugno.
Certo è confusa. Non si capacita. Non riesce nemmeno a piangere per la verità. Allora si gira e si rigira, cerca il numero del treno, il binario, prova a destra, poi ci ripensa e riprende la strada verso sinistra. Finchè si ferma. Respira Elvira. Si concentra. E quando decide che è giunto il momento con voce sicura si avvicina ad un ragazzo, a pochi metri da lei. Gli chiede l'indicazione che le serve, Per cortesia, grazie, buona giornata.
Tutto questo Elvira me lo racconta mentre estrae i fagioli dal loro verde bacello. Come fossero passeggeri di tante scialuppe di salvataggio e lei un Dio feroce che li raduna per poi annegarli tutti in un grande mare in padella. Accanto a lei il marito, che le dice come si dovrebbe fare, come la regola d'arte vorrebbe la sbucciatura dei fagioli. Cinquant'anni di matrimonio. Degli eroi ai miei occhi. Eroi con mani bellissime, da fissare nella memoria, mani che si dovrebbero aspirare come i successi.
Diglielo, le dice lui, diglielo.
E allora lei me lo dice. E lo fa con un sorriso mesto che lo vedi che ha dentro quella felicità lì, delle persone che in fondo hanno fatto della loro vita ciò che volevano.
Elvira, diciott'anni, ringrazia il ragazzo e si avvia verso il suo treno, poco più in là. Può persino piangere un po' ora, anche se lo fa solo con gli occhi come si conviene in pubblico. Trattiene la disperazione per il suo letto, per il buio, per le ore che trascorrerà da sola. Si siede nello scompartimento, la valigia finalmente appoggiata sopra la sua testa a contenere cose che Roma non vedrà mai. Ed è giusto prima di partire che il ragazzo incontrato solo una decina di minuti prima si siede di fronte a lei. Gli hanno dato l'esattezza di quel posto, a lui. Si chiama Dino e ha vent'anni.
Vedi, la vita, quant'è vigliacca. Ci ha proprio quell'umorismo lì.
Ero io, dice lui, finendo il cruciverba e appoggiando gli occhiali sul tavolo. Chissà dove sarebbe andata senza di me. E allora io le chiedo, a Elvira, scusa ma come fai dopo cinquant'anni a stare ancora con lui?
E lei, come se quella frase se la fosse studiata da una vita solo per dirla a me, solo per questo momento preciso, ha sollevato gli occhi dalle sue faccende, ha fissato i miei e ha detto: Dino mi ha dato l'indicazione e io l'ho seguita.

Ed io mi chiedo come ho fatto a non pensarci prima.

mercoledì, novembre 02, 2011

Quattro del mattino


Ti voglio portare con me di ritorno da un concerto, su un'autostrada deserta vestita di nebbia in mezzo a terre mai viste ed ora invisibili. Voglio portarti al termine di questo viaggio diritto, nell'interno della notte, con le note di un basso sparate nelle orecchie e i cartelli stradali che sbucano come apparizioni ai lati della carreggiata. Tre ore messe una accanto all'altra finchè il bianco inizia a diluirisi, la strada a salire, il paesaggio a spogliarsi in modo lento e curato, come una signora anziana ai piedi del suo letto di vedova. Vorrei condividere con te la gioia di queste curve buie tra alberi e colline fino allo snodo cruciale in cui lo sguardo si blocca, come rapito, e le ruote sterzano in modo brusco, quasi per errore, su uno spiazzo di sabbia al lato sinistro della strada. Tenendoti per mano voglio portarti in piedi davanti a un vuoto nero di velluto, capelli fluidi di un'amante orientale che si accendono sulle punte di bianco e di arancione, immersi nel latte d'acqua della coperta di nebbia che avvolge la città sullo sfondo. Un'aurora boreale ribaltata, specchiata sulla superficie della terra. Una lingua di vapore colorato, un tramonto inverso, un'incisione fluttuante nel centro del vuoto. E attorno la quiete di una notte senza automobili, senza luna, senza vento, racchiusa nello spazio del sonno. Immagina solo il respiro, lo scricchiolio della ghiaia sotto le suole, lo sfiato di fatica che spegne del tutto l'automobile e la rende silenziosa. Perchè è in questo silenzio accennato che vorrei portarti ad alzare lo sguardo verso l'alto, su uno strazio stellato che tutti i poeti e gli scrittori hanno tentato invano di descrivere con la consapevolezza, una specie di morte nel cuore, di non poterci riuscire mai. Non le hanno ancora inventate le parole per descrivere quella cosa lì. Quel numero infinito di spilli luminosi che sbucano palpitanti nella calda coperta della notte. Uno squarcio puntiforme in una latta densa di petrolio.
Ti voglio portare con me fin qui, fino a questo pezzo di terra dispersa, con la testa piegata verso l'universo e le lacrime, bellissime, a scorrere fiere fin dentro al collo, umili di vita, lacerate dalla bellezza di quest'ora d'autunno inoltrato. Ti voglio stringere la mano fino al ritorno, fin sotto le lenzuola, fino alle prime luci dell'alba che ci sorprenderà diversi, giusto due scalini più su.