La Tela di Penelope

Aneddoti e pensieri

lunedì, giugno 15, 2015

Youth

Alla fine sono tornata e ho visto Youth. Inutile mentire. Piaciuto mi é piaciuto perché lui, Sorrentino, ha l’arte dello smuovere, e questo c’é da dirlo, mica lo sanno fare tutti.
A differenza dei suoi film precedenti, dove la storia riceveva tutto l’impegno, tutta l’energia che il suo cinema sa elargire, quest’ultimo, cosiccome la Grande Bellezza, concentra le sue forze nella dittatura dell’immagine, su tutto ció che c’é di visivo e visuale e vedibile.
Devo ammettere che per tutto il tempo non ho fatto altro che pensare a facebook, continuando a chiedermi il perché. Poi alla fine ho capito. Youth, giovinezza. Eccolo lí il perché.
Se nella Grande Bellezza il buon vecchio Paolo voleva descriverci e ammorbarci con il niente senza alla fine riuscirci, alla stregua di Flaubert insomma, qui ci mostra la vacuitá, la superficialitá, la meraviglia e l’estrema visivitá di quest’ ultima giovane generazione che cresce attorno a noi adulti, maturati e quasi cotti. Ce la elargisce in abbondanti dosi lungo tutto il film, confondendoci le idee con rapide e diffuse frasi ad effetto (“Non parlo perché non ho niente da dire” dice lei, l’icona della giovinezza) e nascondendo dietro la schiena il sasso che ci tirerá nello stomaco giusto sul finale, salvando il suo lavoro dai cassetti in cui altrimenti sarebbe stato dimenticato. E ci regala cosí un cattivo perfetto, un personaggio sfaccettato e complesso o semplicemente un vecchio inguaribile come lo sono tutti i vecchi. Fa del suo film la metafora di una anziana signora con una gran chioma bionda di ricci fluenti, a cui peró da vicino é possibile notare l’attaccatura della parrucca, che copre due peli grigi ed arruffati. Sorrentino quindi mi smuove un’emozione sepolta, ma non riesce a rimanere e a farsi spazio dentro le pieghe di quest’anima mia, se questo era il suo intento, come invece riusciva a fare quando i suoi lavori non rimandavano brutalmente a Fellini (e che la smetta di dire che no, non é vero, Cristo qui é palese) e non cercavano l’approvazione del grande pubblico con la bellezza oggettiva di un’ordine, presente solo nell’assurdo dell’arte e quasi del tutto assente nella vita. Lo dico adesso che sono sdraiata sul mio letto a ripensare e a scrivere. Lo dico adesso che ho la mente fresca e il cuore aperto.
Certo la competizione era cosa dura, perché tra tutto quello che mi é successo oggi, ció che proprio non potró scordare non é questo seppur bello film di Sorrentino, ma é la faccia di mio padre, seduto a pranzo, mio padre che non parla quasi mai, che é sempre stato un pilastro di invisibilitá e un mostro di silenzio, mentre mi dice con le lacrime agli occhi che oggi, vedendomi giocare nel prato con mia nipote, per un attimo ha rivisto in me sua madre, un miraggio.
Questo si che resterá. E chi se la scorda piú quella faccia lí. 


giovedì, marzo 27, 2014

Supermercato. Interno, giorno.

Il supermercato é di quelli grandi, con una sfilza di casse all’ingresso e, come si vede solo in tempo di crisi, un paio di cassiere lontane a digitare sui tasti quantità e codici. E´uno di quei supermercati, questo, in cui se ci vai sempre finisci per conoscere tutti quelli che ci lavorano e magari scambiarci anche un saluto, perciò quando c’è un nuovo arrivato te ne accorgi subito. E poi alla fine non è che non la puoi notare una così, perché a differenza di tutte le altre lei è bionda e sorridente e fresca, come una rivista appena arrivata sugli scaffali. La vedi in divisa, alla cassa che le hanno assegnato. La vedi a disagio aggrapparsi con gli occhi a tutte le persone che entrano sfilandole davanti, mentre con gesti automatici passa i prodotti sul lettore di codici a barre. Avrà quarant’anni o forse più e sai esattamente cosa pensa, l’aria straniera che la circonda ne è densa. Ma fai finta di niente, come tutti del resto.

Così fai la tua spesa, prendi l’acqua, il latte, le patate, un po’ di frutta per la colazione e vai da lei, giusto per capire dal suo modo di fare se ci tornerai. Perché tutti hanno una cassiera preferita. È una cosa in grado di cambiarti l’umore di una giornata, poiché per fortuna, un sorriso sconosciuto, un bel sorriso gentile ha ancora il potere di farlo. Così se ne trovi una che ti va a genio, fai la spesa e alla fine ti fermi da lei, anche se la coda è più lunga.

Ti avvicini alla cassa e la vedi in difficoltà. Ha l’espressione fugace di un uccello in gabbia. Parla con la sua collega spocchiosa e antipatica, mai una parola gentile, mai uno sguardo soddisfatto negli occhi piccoli e scuri. Si vede che le sta dicendo qualcosa riguardo al lavoro e al modo in cui lo mette in pratica. La collega sembra scocciata, capeggia con il mento alto e le narici divaricate. Ha in mano un pacchetto di soldi, usa la cassa come se fosse prima di tutto sua, escludendo la bionda da ogni gesto. La tensione si scioglie solo al nostro arrivo, quando la riccia mora se ne va a testa alta tagliandoci la strada e la bionda subito ci saluta ma più che altro ci ringrazia. È sudamericana lei ed ha vissuto a Milano per molto tempo. Ha un buon profumo, così glielo dico e lei mi spiega che quando viveva in Italia, casa sua era proprio di fronte a Moschino, così le commesse spesso le regalavano i campioncini. Sorride. Sembra contenta di allenare con noi il suo accento del nord. È a suo agio in questo siparietto all’italiana dove si sta ricavando il momento preferito della giornata, tanto che alla fine ce lo dice, che è bello, che noi gliel’abbiamo rallegrata, la giornata. E allora mi chiedo cosa ci faccia qui, su quest’isola sperduta nell’oceano, cosa ci faccia un fiore in mezzo a tutte queste spine, cosa l’abbia portata qui a farsi rovinare le giornate e mi viene voglia di abbracciarla e dirle qualcosa di bello. Mi viene voglia di sussurrarle all’orecchio di non avere paura, perché tutte le esclusioni razziste nascono dall’ ignoranza, dalla consapevolezza dei propri limiti e dalla paura. E non c’è niente di più inutile e sbagliato di avere paura della paura altrui.


E in un attimo comprendo il significato vero della parola “solidarietà”. Questa straordinaria, impercettibile sconosciuta.

mercoledì, maggio 22, 2013

La grande bellezza


17:10, entro nel cinema e ci trovo una coppia di amici dell'accademia. Mi vedono e mi dicono, senza chiedermi che film sto andando a vedere, "ok, siamo noi tre". E va bene. In effetti in sala siamo al massimo in sette. Normale in un pomeriggio di sole. Davanti a noi una signora bionda, sulla cinquantina. Accanto un paio di uomini, probabilmente gay. 
Vedo il film e all'inizio mi dico che questo non è uno dei suoi soliti lavori, questo è fuori dal coro, è qualcosa che io non conosco e che forse non sono ancora in grado di apprezzare. Perchè io Sorrentino lo stimo. Ha un modo di raccontare le cose e di vederle, che sembra le faccia apposta per me, non so se potete capire. Empatia si chiama. E questa volta sento una distanza, chilometrica proprio, un errore, che dilaga come acqua nella prima metà del suo film. Poi invece succede che te ne stai lì, fotogramma dopo fotogramma appiccicato alla tua poltrona di velluto a godere dell'attesa di un qualcosa che sai che prima o poi succederà, finchè non succede. E ti trovi a non avere un taccuino su cui prendere appunti, quando invece vorresti scriverti quella cosa che ti penetra nel petto e ti strappa là dove ce l'hai, il cuore. Nascosto, dietro carne e ossa e aria e detriti. In una frase lui te lo porta via e tu resti senza. E nel mentre compare una giraffa e tu lo sai che nessuna creatura al mondo è più strepitosa di quella, se non uno stormo di fenicotteri rosa, una culla bianca o una suora vecchia di cent'anni che sale una scala infinita e ti mostra la bellezza tra le pieghe del suo viso e il suo silenzioso soffrire. Ed è semplice trovarla dopo aver assaggiato tutta la bruttezza, lo sfacelo, le feste, la cocaina, le ubriacature, le parole, le puttane, la miseria dell'uomo e lo sfacelo delle sue minuscole ambizioni. E' semplice raccoglierla tra i cori angelici e una città sorpresa all'alba, come una vecchia stella del cinema svegliata nel pieno della notte, struccata, in camicia da notte, nel mezzo di un sogno. 
Senza storia Sorrentino ha cercato di fare un film sul nulla, come Flaubert, che voleva scrivere di niente senza alla fine riuscirci mai. Anche lui non ci è riuscito ed è caduto nella tentazione stilistica ed egoistica del raccontarsi, facendolo nel suo modo arioso ed inconsistente, pesante ed incombente, come un tumore che ti invade e del quale non ti libererai mai. La bellezza la ricevi pesante come uno schiaffo. Tutta, senza riserve. 
E finisci che hai le lacrime che ti sbocciano ai lati degli occhi come rose di maggio e le luci si accendono e tu ti vergogni del tuo bagaglio di sensibilità, anche quando la tua amica te lo fa notare, nel suo accento ungherese, che "tu stai piangendo" e lo fa con un sorriso.
Poi la signora bionda, seduta davanti a te si alza e si gira. "Ed ora tocca a voi trovare la grande bellezza" dice, ma chissà come mai guarda te e continua a farlo mentre scende le scale e si gira due volte, sorridendo. Non sai cosa le ha dato il coraggio di farlo. Sai solo che l'ha fatto e facendolo ha guardato e riguardato te. Come fosse una voce portata da chissà quale vento.
Io so solo che mi è venuta voglia di vivere semplice, di vivere per chi se lo merita, di amare i giusti, uscita da lì. Le ambizioni, tutte, devo averle lasciate là, sotto quella poltrona.

martedì, maggio 07, 2013

Nocturne no.2 in e-flat major op.9

play

Ascolto la no. 2 e ritorno in tutù, a quattro anni, con le gambe incrociate in una piccola palestra delle scuole elementari, una di quelle che hanno le sbarre ai muri e minuscoli specchi bassi sul fondo. Torno seduta su quel pavimento ad incantarmi e bearmi di fronte a Bettina, la mia insegnante, avvolta da un body nero e una gonna di tulle rosa, che con il suo corpo adolescente sfiora appena sui lati. Torno in quei piccoli occhi di bambina, mentre con grande stupore osservo la mia maestra immaginare una serie di movimenti, un'emozione, un'insieme di rosa svolazzante, con gesti lievi e un sorriso di beatitudine disegnato addosso. Intorno c'è solo silenzio e Chopin. Questo. Il notturno.


domenica, aprile 21, 2013

Piacere di conoscerti


Bianco su nero, esattamente il contrario di come scrivo ora. Così si è presentato la prima volta mio nipote. Un pesce deformato dal vetro di una boccia, dalla profondità dell'acqua, dalla riflessione ambigua della luce. Ha aperto le dita, dieci, tutte, le ha aperte e le ha richiuse più volte. Stupito, ammirato, sconvolto da quella scoperta inaspettata del saper muovere le mani al solo pensiero. Era chiaro che ci voleva salutare. 
Bianco su nero ha aperto gli occhi e ci ha guardati, tutti e tre, l'odore della pelle di mia sorella riempiva di gioia la stanza intera mentre ancora non riuscivo a credere alla meraviglia, al miracolo, di un vita dentro un'altra vita. Il fiore sopra cui si formerà il cervello, i piccoli femori come due linee bianche dritte in mezzo al buio, le mani, ancora le mani che galleggiano e raggiungono il viso, il ventre morbido e accogliente che l'ha così tanto desiderato, quella stanza impersonale e piena di libri, il sorriso del medico e la sua impassibile compattezza professionale mentre mia sorella si riveste e si porta una mano tra i capelli e poi la lascia ricadere sulla pancia. 
E' simile all'odore della primavera quando si infila nel freddo di febbraio, il profumo della maternità. 
Chissà come sarà il tuo, la prima volta che ti prenderò in braccio e ti bacerò la testa. 
Ti confido che non vedo l'ora.

giovedì, febbraio 14, 2013

The Voice


In realtà non stavo nemmeno ascoltando. Alzavo gli occhi di tanto in tanto dal libro che stavo leggendo, mi godevo qualche battuta seduta sul divano dove di solito non mi siedo mai. Poi l'occhio mi cade su un ospite straniero, al di là dello schermo, un ragazzo che mi sembra di aver già visto ma che in realtà non ho visto mai. Mai sentito. Allungo l'orecchio sulla musica che inizia per piano solo.
Adesso attacca penso, e invece no, le note proseguono una dietro l'altra, in un intro che lascia spazio al pensiero, alle domande.
Mi piace questa scelta di lasciar parlare un solo strumento e di lasciarlo sfogare a lungo. Stacco gli occhi dal libro e li alzo su di lui, che si muove come un ragno, piccolo, concentrato, già vecchio di fronte a quella platea di lusso. Curioso, fiero. Sembra non abbia nessun timore, nessuna paura.
Ed ecco che aggrappato ad una parola, lo strumento che si porta chiuso in gola risuona e sul sorriso spontaneo che mi si affaccia in viso qualcosa si blocca, qualcosa non quadra. Dalla minuscola cassa di amplificazione della nostra tv ne esce uno sbaglio, una voce che è quella di una vecchia che ha vissuto tutti i suoi cento anni ed ora sputa sul microfono le parole tenute nascoste da una vita, un dolore complesso, intenso e antico come il resto mummificato di un primate. Come lo scheletro di un passero scarnificato dal tempo in una casa disabitata. Non riesco a credere ai miei occhi, alle mie orecchie.
L'aria si condensa, si riscalda, io smetto di respirare. Tutto è concentrato attorno a quel piccolo corpo d'uomo che ci parla di sè, che svende la sua esperienza, che ci regala questi tre minuti di assoluta concentrazione.
Mi dimentico il libro, mi scordo di cosa parla. Quella voce mi strizza come uno straccio bagnato, mi asciuga e mi restituisce al mio tempo stordita e confusa.
Non capisco quello che ho sentito. La sua forza, la sua violenza mi hanno tolto il respiro, fatto fare sogni assurdi, scrivere infine questo pezzo.
Asaf Avidan è il suo nome. Standing Ovation. E grazie.

mercoledì, gennaio 09, 2013

Santa Lucia


A Lorenzo, con cui e' cosi' facile tornare bambini.

Tutto inizia con una letterina indirizzata a lei e appoggiata fuori dalla finestra, sotto un sasso o un vasetto di marmellata, che il vento non se la porti via, che sia lei a trovarla e a leggerla. Arriva di notte, su un carretto volante trainato da un asino. Lei e' cieca, l'asino ha occhi per due. Prende la letterina e ti lascia il sasso. Non puoi vederla mentre suona il campanello fuori dalla finestra di camera tua. Tu devi solo strizzare gli occhi e dormire. Concentrarti e dormire, o almeno fare finta perche' i bambini buoni vanno a letto presto e non fanno i capricci quando al mattino si deve andare a scuola.
Quello che le chiedi e' un castello dei Lego, una bicicletta nuova o un dolce forno Harbert. E caramelle, tante caramelle perche' hai fatto tutti i compiti e sei stato obbediente ed ora e' il tuo momento. Il tuo amico Alberto l'ha vista una notte spiare dalla finestra, la tua compagna di banco, Elisa, dice di aver trovato un pezzo di velo azzurro sotto il suo letto, il tuo vicino di casa, Marco, e' sicuro che l'asino sia marrone come le castagne, l'ha visto lui con i suoi occhi. A te invece, che la immagini tale e quale alla Madonna, e' bastata l'ombra del carretto dietro le tende per riuscire a credere all'impossibile.
Perche' e' di questo che si tratta:  credere senza darsi spiegazioni. Credere e basta, che sia possibile scrivere alcuni desideri sulla carta e una poi te li porti, giusto quelli che avevi chiesto e che lo faccia con tutti i bambini, in una notte sola. Non ti chiedi come sia possibile. Ci credi e basta. Te lo hanno detto la mamma e il papa' come tutte le cose fino a quel momento. Pertanto non hai motivo alcuno di dubitare.
Cosi' la notte tra il 12 e il 13 di dicembre fingi di dormire, ma alle nove di sera lo sai gia' che non ce la farai mai. Il caffe' per lei l'ha preparato la mamma, la farina gialla per l'asino pure. E tu sotto le lenzuola con gli orsi, non dormi. Hai gli occhi chiusi, chiusissimi, ma niente. E' troppa l'agitazione, troppa l'emozione, troppa la curiosita'. Cosi' tanta che alle cinque sei in piedi, a tirare il pigiama al papa', che ti accompagni di la' che non ce la fai piu' a trattenere l'entusiasmo, manco fosse pipi'. Allora il papa' si alza, la mamma pure, ti aprono la porta della cucina e tu spii dietro di loro, nel chiarore della lampadina ad incandescenza al centro della stanza. Spii ad occhi sbarrati il miracolo, che ha la forma di una bicicletta rossa e di una gelateria Harbert, perche' i dolci forni erano finiti tutti, ma va bene cosi'. La farina gialla e il caffe' sono spariti, la finestra e' stata richiusa, i brillantini e le stelle filanti dormono su quello che lei ha toccato ed e' tutto cosi' bello che vorresti rimanere li' per sempre, senza spostare niente, senza che la luce del giorno cambi il miracolo che la lampadina ha fatto sotto i tuoi occhi. Ed e' quella la felicita'. Sperare che cio' in cui credi esista e vederlo poi e toccarlo con mano.
Quel che vorrei chiedervi percio' e' di continuare a ricamare le prime settimane di dicembre con la magia, come avete fatto sino ad ora, affinche' i bambini possano crederla possibile. Anche dopo, anche una volta cresciuti.
Perche' il mondo ha bisogno di gente che creda nei miracoli e che abbia occhi allenati per vederne sempre un po'. Ovunque.