Un regalo inatteso
Stavo andando in città oggi, in auto. Una di quelle giornate normali, come capitano spesso, nè belle nè brutte. Sono certa che avete presente. Stavo giusto pensando che faceva più caldo di quanto mi ero immaginata e che avessi sbagliato a vestirmi, quando un uomo catarifrangente si precipita davanti a me con una paletta rossa in mano e mi sbarra la strada. Logicamente freno. Mi aggiusto gli occhiali da sole e mi dico "speriamo sia una cosa breve, lavori in corso, un'ambulanza, una cosa così insomma". E invece no. Non è stata una cosa breve, per fortuna. Dovete immaginarvi la musica alta dell'autoradio, la felpa di cotone che non vedevo l'ora di togliere e le macchine dietro di me che si accumulavano nell'ora di punta, ad un grosso incrocio stradale. Dovete immaginarvi una giornata qualsiasi del presente attuale di una persona qualunque per capire quello che vi voglio dire, altrimenti non riuscirete ad apprezzare la sconcertante bellezza di ciò che ho visto. Perchè di fronte a me, del tutto inaspettatamente, si è messo a sfilare il tempo.
Sì.
Era una striscia di tempo quella che mi scorreva davanti, un remoto passato che si infilava diritto nel presente come un filo nella stoffa. A ricucire, non so se mi spiego. Viaggiava in moto perpetuo attorno ad una curva e poi proseguiva in linea retta, lontano. La gente ha spento i motori, non ha suonato il clacson. Io ho zittito la radio. I minuti sono diventati ore. Davanti a me marciavano in fila indiana decine di motociclette d'epoca, alcune così assurde che le avevo viste solo nei disegni dell'inizio del novecento, sui libri di storia. Ce n'era una enorme, verde, romboidale, con una grande elica circolare davanti, che girando le permetteva di camminare. E poi carrozze a motore, con divani al posto dei sedili, di pelle e bottoni. Lucide e laccate, con le ruote a carro ricoperte di gomma. Più il filo scorreva e più i minuti si dilatavano. Nessuno aveva più fretta di andare in nessun posto. Lì era il luogo dove tutti volevano essere. Io mi sono sorpresa a ridere di gusto, eccitata come una bambina, e ho messo fuori i gomiti dal finestrino appoggiando il mento sulle mani per godermi meglio lo spettacolo. Ridevo. E la cosa più straordinaria era che a guidare quei meravigliosi meccanismi resuscitati per questa giornata di fine estate c'erano uomini con le calze bianche, il cappello e i pantaloni al ginocchio, con grandi occhiali da aviatore, gilet e foulard al collo. Accanto a loro le donne avevano abiti di pizzo san gallo o di chiffon e chi non aveva un grande cappello legato sotto il mento con una fusciacca colorata, portava un ombrellino ricamato e i guanti bianchi. Un tuffo improvviso non so se mi spiego. Una sciarpa di tempo sospeso che se un Dio esiste dovrebbe regalarci più spesso.
Lo so, il tempo ce lo si prende. Ma i regali inattesi sono tutt'altra cosa.


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