La Tela di Penelope

Aneddoti e pensieri

martedì, gennaio 04, 2011

Acqua e vento

28 Novembre 2010, Ko Lipe, Thailandia


Sono le cinque del pomeriggio. Fa caldo, molto caldo e il vento fischia insistente il suo arrivo. Di fronte a te una spiaggia lunga e soffice, uno spazio bianco su cui non cammina quasi nessuno. Ti trovi in acqua a pochi metri da riva, e galleggi in questo brodo turchese che sa di sale e di vento al centro di una scenografia che pare pensata per i tuoi occhi e per i tuoi soltanto. Al centro, non so se mi spiego.

Con un sorriso appostato tra le labbra lanci uno sguardo alla tua destra, e questo si distende su ogni granello soffermandosi solo per un istante là dove alcuni ragazzi stanno giocando a pallavolo. Dietro di loro il cielo è di un grigio scuro tendente al nero e si illumina di tanto in tanto, brontolando minacce e lanciando saette sulle grandi foglie palmate degli alberi che sono di un bel verde smeraldo. La luce si smorza, i contrasti si fanno più accesi e le loro magliette iniziano ad appiccicarsi alla pelle dove le prime goccie vanno ad appoggiarsi, mentre sull'acqua si possono notare piccoli cerchi concentrici che si aprono con lentezza, sempre più numerosi. Ai ragazzi non importa se piove. Restano. Cosiccome fanno un certo numero di barche poco più in là, sottili, colorate, di legno di ciliegio e nastri rossi, azzurri, gialli e arancioni, che svettano sulle punte in omaggio agli Dei e al mare. I loro colori si accentuano prendendo luce dall'acqua, azzurro cristallino e blu dove l'onda piega e dal cielo, nero e carico di pioggia. Subito sopra, come un cammeo, un arcobaleno si tuffa ai piedi della montagna, bellissimo e inconsapevole. I ragazzi giocano, un cane abbaia alla palla, le onde si infrangono sulla sabbia ai loro piedi, il vento soffia nelle tue orecchie.

Un po' più a destra, sulla scia dei sette colori che il tempo rifrange sull'atmosfera, le nuvole si diradano in soffici vellutate bianche e il mare si scurisce accogliendo le goccie di pioggia come un milione di minuscole perle luccicanti, che sembrano saltare prima dell'immersione e poi giù.

Lì, al centro di quell'enorme vasca che è il mare, se ti giri verso nord puntando i piedi al suolo, dietro di te, per l'esattezza nel mezzodì, sembra il Medioevo. Uno snodo, una separazione, un varco che puoi sorvolare, perchè subito dopo qualcuno ci ha giusto messo una barca azzurra e blu che sembra una cartolina degli anni cinquanta, una cosa alla Fellini. E poi il cielo si apre ed è bianco e azzurrino e il sole fa gli inchini e dice che lui se ne va, riflettendosi in acqua a zig zag, su una superficie diventata scura in profondità e pura luce a contatto con il cielo dove si posano le centinaia di goccioline nere dell'acqua piovana. Un negativo di sé stesso il mare e lì in mezzo tu, sempre tu, a separare le due entità. Al centro. Come il punto mediano di una sfera, come un ombelico. Da una parte il temporale, dall'altra il tramonto. Una geode che termina con un gruppo di bambini, zingari del mare, belli, inzuppati e immaturi, che giocano urlando tra loro su dei piccoli materassini trasparenti.

Infine, solo al termine di questo giro iperbolico dell'occhio e della mente, subito dopo, c'è lui. Il re. Un pedalò su cui è un peccato che qualcuno non ci abbia scritto “Rimini 1958”. Una punta estrema nell'estremità della bellezza. Una pedina asimmetrica, una sbavatura, un neo in un viso perfetto.

Neanche il tempo di un fare un'altro giro che inizia a piovere sul serio. Piove, piove a dirotto, formando una sottile nebbia sul pelo dell'acqua e allora immergi le spalle in mare, che ti accoglie placido con il suo tiepido calore. Peccato non avere una telecamera, pensi lì in mezzo, al centro di questo paradiso, di questo Eden, grato per il regalo che ti è stato concesso. Vorresti condividerlo questo spettacolo, con le persone che ami. Poi però pensi che forse sarebbe un peccato averla, quella telecamera. Molto meglio le parole, in fondo. Molto meglio l'immaginazione.