La Tela di Penelope

Aneddoti e pensieri

mercoledì, gennaio 03, 2007

Untitled

Lunedì sera, pizzeria. Non una di quelle pizzerie moderne con i tavoli agghindati e i camerieri laccati, che ti fanno sentire giusto un po’ fuori dal mondo ma felice. No. Siamo andati in una di quelle, dove i camerieri mettono da bere dove gli capita e ti portano l’antipasto dopo il secondo. Alla buona, per intenderci. E in fondo buona, per capirci. Ci sediamo piuttosto isolati, in un tavolo da due. Entrambi non amiamo avere schiamazzi e pianti di bambini a portata di orecchio. Ci piace la tranquillità, ecco. Ci bastiamo noi due, per il momento. Sarà proprio per questo motivo che alla fine ci ritroviamo ogni volta circondati. Guarda te, il caso. Comunque, dicevo: dopo le ordinazioni arriva un’allegra famigliola, padre, madre e due figli piccoli. La più grande avrà avuto due anni, una bimba cicciotella, bionda, con la pelle molto chiara. Non una gran bellezza a dirla tutta. Diciamo che a vederla così già ti puoi immaginare come sarà da grande, e cioè piuttosto in difficoltà, impegnata a coltivare al meglio tutto quello su cui puntare con gli uomini, tutto quello che non concerne il suo aspetto fisico. Povera lei, penso io. Tutta suo padre, mi fa notare lui. È vero, gli somiglia molto. I risolini sommessi non mancano, questo c’è da dirlo. Ne sono dispiaciuta, chiaro, ma quella è una sacrosanta verità. I brutti bambini esistono. Non sono tutti belli. Nel frattempo, mentre noi mangiamo, la bambina allunga l’occhio verso la mia borsa. Dev’essergli sembrata il baule delle meraviglie, così strana ed eccentrica. Lo sembra ogni volta anche a me, figuriamoci ad un bambino. Così si avvicina, mi guarda e la tocca. “Posso?” sembra voler dire. Io sorrido e il mio sguardo dev’esserle sembrato piuttosto ambiguo. In effetti le sorrido e penso: “Non ci provare”. In tutto il tempo della nostra cena ci prova altre due volte. Stessa situazione, nulla di diverso: la mamma le dice di non toccare, la bambina scappa tra le sue braccia e io sorrido, un po’ infastidita. E poi il miracolo. Finita la cena ci alziamo e lei si butta ancora una volta sulla mia borsa. Io mi dico che se non l’avessimo presa in giro non sarebbe mai successo. Ne ho visti di bei bambini, ma nessuno mi ha mai degnato di uno sguardo. Quasi non gli servisse. Lei invece, mentre mi allacciavo il cappotto, ha preso per il manico la mia borsa e me l’ha allungata, porgendomela come fosse un regalo. Voleva vedere che meraviglie ci avevo nascosto e solo io, lei lo sapeva, potevo farle diventare realtà. Ma io l’ho solo ringraziata, così lei è andata a rifugiarsi nuovamente tra le braccia della mamma. Ed è stato allora che la vittima ha bloccato i “carnefici” in un istante di silenzio e di stupore. “Dai un bacio alla signorina” le dice il papà. Un bambino qualunque non si sarebbe mai sognato di avvicinarsi. Sarebbe rimasto al sicuro tra le braccia materne. Ma lei no. Lei ha allargato le braccia, bionda e bruttina, ha proteso la bocca e mi ha baciata, sulla guancia, e poi, non contenta ha voluto baciare anche lui, che stava centinaia di centimetri più in alto di lei, lasciandoci entrambi con in bocca uno strano sapore. Doveva essere l’intuito della vittima di fronte ai suoi carnefici, quello. Una cosa molto profonda e che devono aver inchiodato per bene sul fondo delle nostre coscienze collettive. Io, dalla mia, mi sono sentita un po’ così…in silenzio, un po’ sbigottita…non saprei dire di meglio. Magari, facciamo che ci penso su, e poi se mi viene , ve lo dico.