Venezia (preludio)
Ho rivisto Venezia, dopo tanti anni. Strana cosa, davvero. La città intendo.
Le svariate volte che ci sono stata, non mi sono mai permessa di goderne appieno gli omaggi. Quasi fosse un peccato stare a contemplarla. Uno, sei, otto anni fa, ho sorvolato Venezia timorosa di provare la sensazione di smarrimento che queste mura addossate tra loro e in bilico sul mare, sono capaci di donare alle anime terrene. Ed io ero un’anima terrena. Perdimento, sospensione, lieve mancanza di equilibrio. Tutte cose che non volevo sentire poiché non mi sarebbero state d’aiuto. C’era troppa terra dentro di me. Avevo paura si bagnasse.
Così, ci andavo in punta di piedi, veloce uccello migratore, per visitare una particolare mostra e nulla più, quasi infastidita che quell’artista avesse scelto proprio Venezia tra tutte le città possibili. Ed ogni singola volta me ne sono tornata a casa con lo stesso dramma nel petto: cosa fa di questa città un incontestato spazio ricco di fascino e magia, in cui la realtà è sottilmente differente da qualsiasi altra città? Cosa spinge, ogni giorno, migliaia di turisti proprio lì?
È chiaro che una risposta non l’avevo.
Ora, come ho già detto, ci sono tornata. Un po’ preoccupata in verità. Temevo di riprovare le stesse sensazioni che avevo provato anni addietro.
Ebbene mi sbagliavo. Non appena ho appoggiato i piedi sul suolo veneziano, ho sentito qualcosa che non mi era mai capitato di percepire fino a quel momento. È difficile da spiegare.
Sono molte le immagini che mi vengono in mente, ma nessuna si avvicina tanto da essere menzionata. Semplicemente mi sono addentrata.
Non mi sono sentita più terra. Ecco, non più terra, ma acqua.
Non ho avuto il timore di perdere l’equilibrio, ma ho percepito il desiderio di tuffarmi in quel vasto mare. Di diventarne parte. Di vedere Venezia come la vedono i pesci.
Lo ammetto: le mezze misure non sono il mio forte. Però ora, Venezia l’ho capita.
Ed ho il netto sentore che qualcosa mi abbia aiutata. Qualcosa come una forte stretta di mano a sorreggere i pensieri, e la dolcezza di un treno a spargerli nell’aria.
Le svariate volte che ci sono stata, non mi sono mai permessa di goderne appieno gli omaggi. Quasi fosse un peccato stare a contemplarla. Uno, sei, otto anni fa, ho sorvolato Venezia timorosa di provare la sensazione di smarrimento che queste mura addossate tra loro e in bilico sul mare, sono capaci di donare alle anime terrene. Ed io ero un’anima terrena. Perdimento, sospensione, lieve mancanza di equilibrio. Tutte cose che non volevo sentire poiché non mi sarebbero state d’aiuto. C’era troppa terra dentro di me. Avevo paura si bagnasse.
Così, ci andavo in punta di piedi, veloce uccello migratore, per visitare una particolare mostra e nulla più, quasi infastidita che quell’artista avesse scelto proprio Venezia tra tutte le città possibili. Ed ogni singola volta me ne sono tornata a casa con lo stesso dramma nel petto: cosa fa di questa città un incontestato spazio ricco di fascino e magia, in cui la realtà è sottilmente differente da qualsiasi altra città? Cosa spinge, ogni giorno, migliaia di turisti proprio lì?
È chiaro che una risposta non l’avevo.
Ora, come ho già detto, ci sono tornata. Un po’ preoccupata in verità. Temevo di riprovare le stesse sensazioni che avevo provato anni addietro.
Ebbene mi sbagliavo. Non appena ho appoggiato i piedi sul suolo veneziano, ho sentito qualcosa che non mi era mai capitato di percepire fino a quel momento. È difficile da spiegare.
Sono molte le immagini che mi vengono in mente, ma nessuna si avvicina tanto da essere menzionata. Semplicemente mi sono addentrata.
Non mi sono sentita più terra. Ecco, non più terra, ma acqua.
Non ho avuto il timore di perdere l’equilibrio, ma ho percepito il desiderio di tuffarmi in quel vasto mare. Di diventarne parte. Di vedere Venezia come la vedono i pesci.
Lo ammetto: le mezze misure non sono il mio forte. Però ora, Venezia l’ho capita.
Ed ho il netto sentore che qualcosa mi abbia aiutata. Qualcosa come una forte stretta di mano a sorreggere i pensieri, e la dolcezza di un treno a spargerli nell’aria.


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