Youth
Alla fine sono tornata e ho visto Youth.
Inutile mentire. Piaciuto mi é piaciuto perché lui, Sorrentino, ha l’arte dello
smuovere, e questo c’é da dirlo, mica lo sanno fare tutti.
A differenza dei suoi film precedenti, dove la
storia riceveva tutto l’impegno, tutta l’energia che il suo cinema sa elargire,
quest’ultimo, cosiccome la Grande Bellezza, concentra le sue forze nella
dittatura dell’immagine, su tutto ció che c’é di visivo e visuale e vedibile.
Devo ammettere che per tutto il tempo non ho
fatto altro che pensare a facebook, continuando a chiedermi il perché. Poi alla
fine ho capito. Youth, giovinezza. Eccolo lí il perché.
Se nella Grande Bellezza il buon vecchio Paolo
voleva descriverci e ammorbarci con il niente senza alla fine riuscirci, alla
stregua di Flaubert insomma, qui ci mostra la vacuitá, la superficialitá, la
meraviglia e l’estrema visivitá di quest’ ultima giovane generazione che cresce
attorno a noi adulti, maturati e quasi cotti. Ce la elargisce in abbondanti
dosi lungo tutto il film, confondendoci le idee con rapide e diffuse frasi ad
effetto (“Non parlo perché non ho niente da dire” dice lei, l’icona della
giovinezza) e nascondendo dietro la schiena il sasso che ci tirerá nello
stomaco giusto sul finale, salvando il suo lavoro dai cassetti in cui
altrimenti sarebbe stato dimenticato. E ci regala cosí un cattivo perfetto, un
personaggio sfaccettato e complesso o semplicemente un vecchio inguaribile come
lo sono tutti i vecchi. Fa del suo film la metafora di una anziana signora con
una gran chioma bionda di ricci fluenti, a cui peró da vicino é possibile
notare l’attaccatura della parrucca, che copre due peli grigi ed arruffati.
Sorrentino quindi mi smuove un’emozione sepolta, ma non riesce a rimanere e a
farsi spazio dentro le pieghe di quest’anima mia, se questo era il suo intento,
come invece riusciva a fare quando i suoi lavori non rimandavano brutalmente a
Fellini (e che la smetta di dire che no, non é vero, Cristo qui é palese) e non
cercavano l’approvazione del grande pubblico con la bellezza oggettiva di
un’ordine, presente solo nell’assurdo dell’arte e quasi del tutto assente nella
vita. Lo dico adesso che sono sdraiata sul mio letto a ripensare e a scrivere.
Lo dico adesso che ho la mente fresca e il cuore aperto.
Certo la competizione era cosa dura, perché
tra tutto quello che mi é successo oggi, ció che proprio non potró scordare non
é questo seppur bello film di Sorrentino, ma é la faccia di mio padre, seduto a
pranzo, mio padre che non parla quasi mai, che é sempre stato un pilastro di
invisibilitá e un mostro di silenzio, mentre mi dice con le lacrime agli occhi
che oggi, vedendomi giocare nel prato con mia nipote, per un attimo ha rivisto
in me sua madre, un miraggio.
Questo si che resterá. E chi se la scorda piú
quella faccia lí.


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