Quando ancora le gambe penzolavano nell'aria
Quand'ero piccola la domenica mattina voleva dire Messa. Quella delle nove a voler essere precisi. La chiesa era piccola, poco distante da casa, giusto un centinaio di posti. La raggiungevamo a piedi, che ci fosse il sole o che piovesse. Per me, miscredente in missione segreta fin dalla nascita, andarci, sedermi sui banchi di legno scuro ad osservare, era un po' come essere al cinema a vedere per la milionesima volta lo stesso film. Una sorta di rito, una prassi, alla fine un pretesto. Che poi al cinema non mi ci avevano nemmeno mai portato. Perciò per me era quello il cinema. Con il prete, l'altare, gli affreschi, gli ex-voto e tutto il resto.
Mi sedevo accanto a mia madre e facevo ballare le gambe nello spazio compresso tra il culo e il pavimento, e stavo a guardare tutte quelle persone rivolte verso l'altare che ascoltavano gli incipit dell'attore protagonista e a tratti intonavano qualche pezzo corale che poi mi rimbalzava in testa fin dentro il pomeriggio. Io cantavo e pregavo in playback, come quando guardavo Grease in Tv. In prima fila c'erano sempre le stesse vecchie, tre, magrissime, rannicchiate, con il velo di vedove calato sugli occhi e le mani a nido avvolte come fazzoletti attorno ai rosari di pietra. Le loro voci tremolanti davano il La. Le si aspettava per dire, al momento dell'Osanna. Poi mi ricordo un omone sulla quarantina. Anche lui alla prima delle nove non mancava mai. Partiva sempre in ritardo con le parole dei salmi, non aveva orecchio musicale lui, ma la sua voce teneva giusto tutti gli altri sulla corda della stonatura. Se mancava una domenica, quella domenica non ci si divertiva.
Alle volte mi perdevo tra i capelli della persona che avevo di fronte, come un pidocchio, su e giù tra i riccioli della signora in seconda fila. Altre volte mi immaginavo equilibrista ginnasta impegnata nel volteggio tra le panche. Altre ancora mi divertivo a dribblare i fedeli in coda per la comunione perchè lì mia madre non poteva permettersi di sgridarmi. Al massimo poteva portarmi fuori, che poi era quello che volevo fin dall'inizio. Però, il momento che più di tutti preferivo era la benedizione finale. Andate in pace, Amen. E la pace era giusto dietro l'angolo, all'edicola dove la mamma, se ero stata buona, mi comprava l'ultimo numero di Topolino.


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