La Tela di Penelope

Aneddoti e pensieri

martedì, agosto 30, 2011

La casa Ideale

Una mattina alla maestra viene in mente che sarebbe bello se ognuno di noi si mettesse a costruire, come compito per le vacanze di Natale, il plastico della sua casa ideale. Come se a otto anni si potesse avere un'idea, anche vaga, del concetto di ideale. Comunque, era una buona maestra la nostra, le volevamo bene e se voleva che costruissimo la casa ideale l'avremmo fatto senza diuscutere. Te lo spiego questo, perchè sarebbe impossibile altrimenti capire quello che è successo poi, ad anni e kilometri di distanza da quell'aula. Quello che succede ora, di continuo.

Così inizio a guardarmi attorno, studio le facciate delle case, gli interni, i giardini, i viali d'ingresso, i cancelli, le cassette della posta, ma nulla. Non riesco a capire il perchè una casa che non è la mia dovrebbe essere ideale. Non ce la faccio, dico. Non ne sono capace. Allora interviene mio padre. E questo penso sia fondamentale da dire. Mio padre che mi aiuta a costruire la casa ideale. Mio padre che porta in cucina pezzi di compensato, di muschio verde, chiodini, colori, ghiaia rubata dalle aiuole comunali o all'acquario della pizzeria in fondo al paese. Mio padre che mi chiede se voglio un prato dove poter giocare d'estate, se mi piacerebbe ci fosse un vialetto prima della porta d'entrata, se preferisco che le finestre abbiano le ante o le tapparelle, se desidero le pareti bianche, rosse o blu, se ci voglio un comigliolo, lassù, sul tetto. Mio padre che costruisce, che taglia, che incolla, che colora minuscoli pezzi di legno, che mi fa credere che l'Ideale esiste, basta realizzarlo. Ed io che lo guardo e gli dico dove mettere il cancellino, dove appoggiare il cespuglio, dove ritagliare le finestre, finchè non finisce, finchè anche sul campanello d'ingresso c'è scritto il mio nome.

Solo anni dopo mi sono accorta che quella casa esisteva già, a poche vie dalla mia, che non avevo inventato nulla, che mi ero solo limitata a copiare quella che, credo d'aver percepito come ideale tra le tante che avevo visto. C'era una signora anziana in quella casa che potava le rose in giardino, che ritirava il giornale dalle mani del postino, che si aggiustava i capelli bianchi con una forcina. E sorrideva, sempre. Abitava con il marito e ogni cosa che la circondava era piccola e decisa nella sua calda geometria. E la mia casa ideale, quella che mio padre aveva pazientemente ricostruito per me era solo la sua casa e io la guardavo da fuori, ancora una volta da fuori, non so se mi capisci. Guardavo la mia casa ideale da una prospettiva che mi portava sempre ad un passo dal viverla appieno. C'è da immaginarsela quella casa, poco più grande di una scatola per le scarpe, con tutti gli oggetti, minuscoli, appoggiati nel posto giusto, quello pensato per loro. E io lì a guardarla da fuori. Dev'essermi esploso qualcosa allora, nel mio animo bambino, acerbo di comprensione. Qualcosa che deve aver fatto un rumore secco, preciso, perchè ricordo che una volta accese le luci all'interno, guardando le tendine rosse alle finestre, allacciate sui lati, mi sono messa a piangere e sono scappata via. Mio padre credeva non mi piacesse. Continuava a chiedermi cosa non andava, se qualcosa era andato storto, se non gradivo il risultato finale. Poteva cambiarlo se volevo, potevamo dipingerla di un colore diverso. Ma io a otto anni come facevo a spiegare a mio padre quello che mi era successo, come potevo dirgli che ciò che mi era esploso dentro sarebbe esploso per sempre, che quel pianto era qualcosa di ideale, come la mia casa, qualcosa che facevo fatica persino a capire?

Una drammatica meraviglia. Ecco come l'avrei definita poi.

Una di quelle cose che commuovono, non so se riesci a capire. Come la tana dei topolini nei cartoni animati in tv. Quella con il letto fatto con la scatola delle sardine e il tavolo della cucina poco più in là, con le sedie tutte intorno ricavate dai rocchetti di filo da sarta e la foto del nonno appesa in salotto. Calda, accogliente, comoda, ben organizzata. Una specie di utero materno.

E tu lì a guardarla da fuori.

Come quando d'estate passeggi per la città e ci sono le finestre aperte sulle case e sulle vite altrui e non puoi fare a meno di guardarci dentro, di fermarti anche solo per un minuto per osservare quelli che le vivono quelle case, da dentro, chiedendoti se anche tu lo troverai un posto così, il posto in cui potrai considerarti salvo, mentre invece te ne stai lì, come sempre a guardarle da fuori.

E' che quando fai balenare in testa ad un bambino l'idea che possa esistere davvero una Casa Ideale, un luogo Ideale, qualcosa di Ideale poi è irrimediabilmete fottuto.

Devono averlo pensato anche i Giapponesi questa cosa della casa perfetta, là, alla biennale dell'Architettura del 2008. Anni dopo, kilometri di distanza. Un padiglione senza un vero ingresso. Una casa con porte e finestre toppo piccole perchè ci potessi entrare, divani e sedie troppo minuscole perchè ti ci potessi sedere, ciabatte di decine di taglie inferiori alla tua, che non avresti potuto indossare mai. I Giapponesi avevano pensato alla meravigliosa malinconia di guardare una casa illuminata da piccole lampade da terra, con le ciabatte in fondo alla scala, le lenzuola morbide sui letti, le pentole accese sul ripiano della cucina, la tavola apparecchiata per quattro, i libri appoggiati in ordine sulla libreria in salotto, uno aperto sulla poltrona davanti al fuoco. Normale. Ordinaria. Una casa come tante al mondo. I Giapponesi sapevano che quella bellezza poteva essere catastroficamente dolorosa, una specie di rivelazione e nel contempo una perdita, se vista da fuori. Vedi il luogo in cui saresti salvo e vorresti stringerlo con le braccia e tenerlo con te e farne parte, mentre invece sei lì, escluso, all'aperto, a prenderti quella pioggia sottile sottile d'inizio settembre, con gli occhi spiaccicati alle finestre, con la testa infilata nella porta del garage, con quella malinconia struggente addosso, quella delle cose inviolabili, delle cose troppo belle, delle cose di cui non fai parte. Che poi non te la levi più, che poi ti rimane appiccicata come colla sui polpastrelli.

E tu sei sempre lì, sempre, a guardarle da fuori queste cose, questa case. E' il tuo posto ma tu non ci sei mai. Lo puoi solo guardare da fuori. Da fuori per Dio. Come se davvero potesse esistere un qualcosa di ideale. Un qualcosa che non c'è.


E' una strana sensazione sentirsi fottuti senza alcun rimedio. E ti senti un po' felice e un po' triste, insieme.