La Tela di Penelope

Aneddoti e pensieri

giovedì, dicembre 22, 2011

Dieci passi, diecimila kilometri.


L'Autostrada la conosci già. L'avrai fatta almeno cento volte. E così pure gli incroci del centro città, il traffico, l'assurda ricerca di un parcheggio plausibile. Alla fine è Milano, il surrogato all'italiana di una vera metropoli. Ci arrivi e lo sai per sentito dire dove questo amico ti sta portando. Ma non riesci ad immaginare, nemmeno a percepire in verità, che con dieci passi di lì a qualche minuto percorrerai diecimila kilometri. Diecimila, mica una cosa da poco. Se te lo raccontassero la prenderesti per una cosa romantica, una di quelle cose da film, eppure ciò che succede è che sugli occhi senti calare una sciarpa verde e allora si fa buio, e suono, solo suono. Una voce ti guida ed è aereo, ed è volo ed è aereoporto ed è, all'ultimo passo, Osaka, Giappone. Il Giappone. Dimentichi Milano. Dimentichi il freddo. Dimentichi chi sei. E torni a vedere. Torni a sentire
E la prima cosa è una tendina di lino separata in tre punti, con gli ideogrammi blu indaco su un lato. La seconda è un disegno rosa e verde fermato sui bordi con del legno scuro. La terza cosa è l'odore della tempura. La quarta, quella che ti convince di aver percorso tutti quei kilometri in un attimo, è la parola. Parola che è un succedersi di suoni che cadono gli uni negli altri come grani di un rosario. Parole che appartengono ad un recente passato e di cui non vivi un solo giorno senza sentirne la nostalgia. Giapponesi che sembrano apparizioni. Non si vedono mai se non nei musei o negli spazi liberi delle stazioni, di ritorno da qualcosa, in partenza verso casa. Invece qui ce ne sono almeno dieci. E parlano tra di loro quel meraviglioso idioma che si cela tra il mare e le montagne di una terra lontana e rinchiusa a riccio nei secoli del proprio splendore. 
Così, come galleggiante, decidi di sederti al bancone e resti sola per qualche minuto. Ti sembra un miracolo essere lì, così lontano nel tempo di un respiro. Accanto a te delle persone mangiano, un ragazzo legge un libro pieno di segni neri, fissati come insetti in una teca. Ci sta immerso con la testa, come hai visto fare tante volte lungo quei tratti sullo Shinkansen. Tutti, nello spazio di almeno una decina di metri, parlano tra loro la stessa lingua. Ed è un viaggio che ti salta addosso come un animale feroce e bellissimo, come una tigre bianca senza fame. Leggi il menù, distrai le lacrime, sorridi al cuoco che con il dito nel palmo prepara il sushi e ti fa cenno di sì con la testa. Sembra capire. E tu, che ti senti completamente idiota lo ringrazi e non sai nemmeno bene il perchè, dato che sei ancora a metà strada sulla collina che ti porterà in un balzo verso l'apice di un percorso assurdo. Poichè è solo quando sevono il thè, quello che in Giappone chiamano Nihon-cha, che il tuo cuore per un attimo si ferma. Non sai se potrai reggerlo quell'odore lì, sentito per un mese, ogni giorno, e poi mai più. Ma è un attimo sospeso tra la felicità e la disperazione e subito tutto si ridimensiona. Trova il suo posto. Tanto che poi, persino la tazza calda della Toto in bagno, le verdurine e il sushi delizioso servito in un preciso vassoio laccato scuro, ti sembreranno correre sulla discesa che ti riporterà prima di sera verso casa. 
Arigatou gozaimashita Osaka. Arigatou gozaimashita F.

venerdì, dicembre 09, 2011

FoglieFragili


La strada che faccio sempre, quasi ogni notte di ritorno verso casa. La faccio al buio a sprazzi di lampione. La faccio cantando e muovendo l'automobile senza cura, con disattenzione. Tanto a quell'ora, con i due gradi che affligono l'aria, in giro non c'è mai nessuno. Solo qualche faro sparuto, qualche guardia notturna come briciole in un piatto a fine pasto. 
Perchè è inverno, ma sugli alberi ci sono ancora le foglie appese con le ultime dita. Sembrano spaesate, congelate nell'atto di invecchiare. In attesa del tempo, del vento, di qualcosa. Alberi bellissimi nello spoglio di una stagione. Dovreste vederli. 
Stavano lì anche questa notte, le foglie. L'ultima tremante resistenza. Aggrappate, facendosi forza sotto la luce di un lampione arancione al di là di un curva dolce della strada, una di quelle che accompagnano le ruote come un passo di danza. Tante, tantissime foglie. Stessa forma arrotondata, stessa fragile vibrazione tra il ramo e la testa, stesso colore del sole che a vederlo nel buio pare quasi un miracolo. Io ci sono arrivata con un pezzo di Goran Bregovich nelle orecchie, mani sul volante, testa appoggiata mollemente sul sedile, piede che automatico ha pigiato sul freno allo scattare del rosso. Ignara di ciò che mi aspettava. 
E in quei pochi metri, nello sfiato della frenata e della luce solitaria del lampione, ad essere proprio attenti avreste potuto anche sentirlo lo sparo del via. Quel rumore secco che decreta la partenza. Poiché in quel preciso ritaglio del tempo il vento ha donato a quelle foglie una morte elegante, leggera e rotonda. Una fine silenziosa e lieve. Ecco sì, lieve. Una cascata al ralenti sopra la trasparenza stupita del mio parabrezza, dove ci ho incollato gli occhi e appoggiato un sorriso di riconoscenza. La bellezza di una morte collettiva e la sincronia di uno spettacolo privato, nel ricamo esatto di uno stop. 
Pareva pensato per me. Una cupola dorata, un omaggio solitario. Una pioggia delicata, frammenti bruciati in una carezza dell'aria, centinaia di piccole foglie che in una nuvola scendono e si appoggiano fioche sulla lingua grigio piombo dell'asfalto. La scena perfetta di un film perfetto.
Il mio regalo di Natale. Eccolo.
Non avrei potuto chiedere di meglio. 

lunedì, dicembre 05, 2011

Acqua rotta

"Sto nello sfregio della notte.
Senza intesa. Senza accollarmi il fagotto e salvarlo. Oggi non salvo. Sono io la bufera che rovina. Sono la spina, il buco, l'inciampo.
Sono io l'innesto sbagliato che darà un frutticino sgorbio. Sono il relitto il rifiuto, la cosa rotta
l'urlo incenerito, la cappa che fa fumo. Sono io."

M. Gualtieri -Senza polvere senza peso-