La Tela di Penelope

Aneddoti e pensieri

lunedì, gennaio 10, 2011

Si dice che il paradiso sia dietro l'angolo...

Ci sono giorni che sono come miracoli. Giorni in cui metti il naso fuori casa e l'Inverno se n'è andato e l'aria ha un sapore del tutto nuovo, inatteso. Giorni che non ti aspetti, giorni che ti colgono di sorpresa e ti lasciano di stucco, sull'uscio di casa, con le mani lungo i fianchi e il sole appoggiato sul viso.

Giorni di timor panico, che ti mettono la voglia di passeggiare e ti fanno pensare che quello sia il momento perfetto per trovare un prato in collina dove ti puoi sdraiare e infilare le dita nell'erba alta e diventare finalmente preda delle farfalle. E' in un giorno come questo, camminando sul profilo del monte dietro casa mia che li ho trovati. Un giorno in cui tutto sembrava parte di un'unica grande armonia terrestre: il cielo azzurro, l'aria profumata di novità, il sole tiepido e avvolgente, la brezza del vento in mezzo alle prime foglie, gli alberi zeppi di germogli, gli insetti intenti nella danza dell'accoppiamento, il rumore del torrente nel suo scorrere placido, il cinguettare degli uccellini negli acrobatici stormi di primavera. Un giorno che è come una sinfonia, di quelle danno pace e che fanno passare ogni dolore.

Un giorno in cui, camminando con l'anima ipertrofica di vita nuova, mi capita la meraviglia di aprire gli occhi su di loro.

Se ne vedi uno, in una giornata del genere, è già facile che ti riesca impossibile trattenere la commozione. Figuaratevi dieci.

Un prato, una collina, un panorama rurale, le api che lavorano, le formiche che costruiscono la loro casa e lì sopra loro dieci, un'esplosione di bianco intenso, di rami che si intrecciano e che dondolano le loro bellezze attorno al vento. Dieci mandorli fioriti nel pieno del loro splendore. Milioni di petali bianchi a ricoprire metri di corteccia scura, a inebriare l'aria, a sconvolgere gli occhi miei.

Mi sono fermata. Bocca aperta, pupille distese, sorriso pronto per il balzo. E ho provato orgoglio come se tutto quello l'avessi fatto io, come se anch'io, lì, di fronte a quel ciclo inarrestabile che è Madre Natura, fossi parte dell'armonia e fossi davvero bellissima, come loro dieci e bianca e profumata e abbagliante.

Ho fatto fatica ad andarmene. Perchè è vero, la bellezza dura il tempo di un respiro e poi ti lascia a mani vuote. Però è anche vero che quando l'hai avuta nessuno te la toglie più.

martedì, gennaio 04, 2011

Acqua e vento

28 Novembre 2010, Ko Lipe, Thailandia


Sono le cinque del pomeriggio. Fa caldo, molto caldo e il vento fischia insistente il suo arrivo. Di fronte a te una spiaggia lunga e soffice, uno spazio bianco su cui non cammina quasi nessuno. Ti trovi in acqua a pochi metri da riva, e galleggi in questo brodo turchese che sa di sale e di vento al centro di una scenografia che pare pensata per i tuoi occhi e per i tuoi soltanto. Al centro, non so se mi spiego.

Con un sorriso appostato tra le labbra lanci uno sguardo alla tua destra, e questo si distende su ogni granello soffermandosi solo per un istante là dove alcuni ragazzi stanno giocando a pallavolo. Dietro di loro il cielo è di un grigio scuro tendente al nero e si illumina di tanto in tanto, brontolando minacce e lanciando saette sulle grandi foglie palmate degli alberi che sono di un bel verde smeraldo. La luce si smorza, i contrasti si fanno più accesi e le loro magliette iniziano ad appiccicarsi alla pelle dove le prime goccie vanno ad appoggiarsi, mentre sull'acqua si possono notare piccoli cerchi concentrici che si aprono con lentezza, sempre più numerosi. Ai ragazzi non importa se piove. Restano. Cosiccome fanno un certo numero di barche poco più in là, sottili, colorate, di legno di ciliegio e nastri rossi, azzurri, gialli e arancioni, che svettano sulle punte in omaggio agli Dei e al mare. I loro colori si accentuano prendendo luce dall'acqua, azzurro cristallino e blu dove l'onda piega e dal cielo, nero e carico di pioggia. Subito sopra, come un cammeo, un arcobaleno si tuffa ai piedi della montagna, bellissimo e inconsapevole. I ragazzi giocano, un cane abbaia alla palla, le onde si infrangono sulla sabbia ai loro piedi, il vento soffia nelle tue orecchie.

Un po' più a destra, sulla scia dei sette colori che il tempo rifrange sull'atmosfera, le nuvole si diradano in soffici vellutate bianche e il mare si scurisce accogliendo le goccie di pioggia come un milione di minuscole perle luccicanti, che sembrano saltare prima dell'immersione e poi giù.

Lì, al centro di quell'enorme vasca che è il mare, se ti giri verso nord puntando i piedi al suolo, dietro di te, per l'esattezza nel mezzodì, sembra il Medioevo. Uno snodo, una separazione, un varco che puoi sorvolare, perchè subito dopo qualcuno ci ha giusto messo una barca azzurra e blu che sembra una cartolina degli anni cinquanta, una cosa alla Fellini. E poi il cielo si apre ed è bianco e azzurrino e il sole fa gli inchini e dice che lui se ne va, riflettendosi in acqua a zig zag, su una superficie diventata scura in profondità e pura luce a contatto con il cielo dove si posano le centinaia di goccioline nere dell'acqua piovana. Un negativo di sé stesso il mare e lì in mezzo tu, sempre tu, a separare le due entità. Al centro. Come il punto mediano di una sfera, come un ombelico. Da una parte il temporale, dall'altra il tramonto. Una geode che termina con un gruppo di bambini, zingari del mare, belli, inzuppati e immaturi, che giocano urlando tra loro su dei piccoli materassini trasparenti.

Infine, solo al termine di questo giro iperbolico dell'occhio e della mente, subito dopo, c'è lui. Il re. Un pedalò su cui è un peccato che qualcuno non ci abbia scritto “Rimini 1958”. Una punta estrema nell'estremità della bellezza. Una pedina asimmetrica, una sbavatura, un neo in un viso perfetto.

Neanche il tempo di un fare un'altro giro che inizia a piovere sul serio. Piove, piove a dirotto, formando una sottile nebbia sul pelo dell'acqua e allora immergi le spalle in mare, che ti accoglie placido con il suo tiepido calore. Peccato non avere una telecamera, pensi lì in mezzo, al centro di questo paradiso, di questo Eden, grato per il regalo che ti è stato concesso. Vorresti condividerlo questo spettacolo, con le persone che ami. Poi però pensi che forse sarebbe un peccato averla, quella telecamera. Molto meglio le parole, in fondo. Molto meglio l'immaginazione.