La Tela di Penelope

Aneddoti e pensieri

sabato, febbraio 21, 2009

Dramma di Distanze

Non ero emozionata. O almeno non lo ero fino al suo arrivo. 
Lui è uno di quelli che ti cambia la vita. Non so se avete presente. 
Ti siedi ad una delle sue lezioni, e quando ti rialzi sai che qualcosa dentro di te è mutato. 
Io mi sedevo, lo ascoltavo parlare d'arte e di poesia e filosofia e di vita, e magari ero anche capace di commuovermi. Piangevo. Non è una cosa normale, chiaro. Ma non potevo farne a meno. I miei appunti erano pieni di aforismi e di storie che lui ci raccontava e che io facevo mie. Fisico longilineo, sguardo pungente, mani da pianista, eleganza perfetta. Il tipo di persona che se te la ritrovi davanti, con tutti i suoi settant'anni, facile che provi persino un pò di paura. No, non paura. Timore. 
Perché quello che sai è che lui di arte ne ha vista tanta, e a te un pò ti ha cambiato.
Quindi il tipo di timore che si può provare di fronte a qualcosa o a qualcuno di cui hai una stima innata. Spontanea. Viva.

Per cui dicevo...non ero emozionata. Era solo una piccola mostra per pochi adepti. Niente di grandioso, ma pur sempre una mostra. C'era persino il mio nome sul volantino.
Poi è arrivato lui. Non sapevo che sarebbe venuto.
Elegante nel suo completo grigio, ha fatto il giro dell'esposizione finendo sul mio lavoro. Non era uno dei miei migliori, ma sicuramente uno dei più intimi.  
Lo costeggiavo, standogli a debita distanza. 
Dovevate sentire il chiasso dei miei pensieri allora.
Lui, le braccia incrociate sul petto, le gambe leggermente asimmetriche, guardava il mio video. Con il suo sguardo attento. Preciso.
Io, con il mio bicchiere di vino in mano, passeggiavo tra la gente, con gli occhi fissi su di lui e pregavo, perché gli piacesse o almeno perché stesse zitto in caso contrario.  

Poi senza dire niente si è avvicinato all'organizzatore. Gli ha detto qualcosa indicando il video. 
L'organizzatore gli ha detto il mio nome e mi ha cercata, in mezzo alla folla. Sono io, deve aver urlato il mio pensiero, perché alla fine mi ha trovata.
Lui mi ha sorriso. Ed io ho pensato che forse avrei fatto bene a mollare tutto e ad andare in Burundi a raccogliere i limoni. O in una piantagione di caffè, a separare i chicchi. Ma pensavo anche "dimmi qualcosa, qualcosa che mi faccia cambiare idea sui limoni e sul caffè, qualcosa che mi dia il coraggio di continuare, qualcosa che mi faccia capire che è davvero questa la mia strada. Dimmelo, ti prego".

Poi la serata è continuata, con tanto di cena e spettacolo teatrale  ed io mi sono un pò svanita in altri pensieri. Ma con la coda dell'occhio non lo perdevo un attimo, lui, sempre un pò in disparte, addossato ai muri, lontano dalla tavolata, ad osservare gli umani intenti.

Un attimo e non c'era più.
Peccato, mi sono detta.

Così faccio il giro del tavolo e lo incrocio. Non se n'era andato.
Mi saluta, con un sorriso che ricambio. 
Ed è allora che mi prende per una spalla e mi ferma, avvicinandosi a me, per sussurrarmi nell'orecchio una cosa che non potrà mai togliermi nessuno. Una cosa che sarà mia e mia per sempre. Una cosa che ha di colpo allontanato le piantagioni africane dalla mia vita. Una cosa che mi ha a suo modo cambiata.

"Sei brava. Il tuo lavoro mi è piaciuto" ha detto, quasi fosse un segreto tra di noi.

Poi se n'è andato, defilandosi tra la gente. 

Doveva essere idiota il sorriso che avevo. Idiota, ma bellissimo. Bellissimo.

"Grazie" ho detto con un filo di voce. Grazie.