Il treno
Elvira ha diciott'anni. Un abito nuovo, una valigia in mano, un biglietto del treno Napoli-Roma tra le dita, sola andata. E' pronta. Ha deciso di raggiungerlo là quell'amore sofferto, che si ruba al consumo. Di anticiparlo sui tempi, di coglierlo di sorpresa.
Elvira ha tutta l'aria di chi sta facendo un grande passo, di chi ha le idee chiare, di chi sa esattamente ciò che vuole. I binari le scorrono veloci sotto i pensieri.
Guarda l'indirizzo perchè Roma è grande e lei non c'è mai stata. Ha in testa una lunga serie fluorescente di immagini meravigliose, di situazioni studiate e rivoltate come bistecche al burro, di quando lui la prenderà tra le braccia e la bacierà e le dirà Benvenuta, ti aspettavo. Le escono delle speci di bagliori dalle fessure degli occhi, mentre cammina incontro al sole. Via, numero, ingresso, il suo nome sul campanello. Suona Elvira, come fosse il primo violino di un'orchestra, con fierezza e vigore.
Ed è strano come si contorca la vita, come si diverta a prendersi gioco delle decisioni umane, quasi dicesse tra sé e sé, ah sì, allora ti mostro io cosa so fare. Ci ha quell'uomorismo invertebrato che poi lo capisci solo dopo, magari dopo mesi, magari dopo anni. Quando ormai di quella cosa lì ti rimane solo un sorriso preciso, quello dei ricordi piacevoli, quello del passato più antico, delle vecchie cartoline di te con quei vestiti che gli occhi del futuro riusciranno sempre a vedere assurdi.
Mica lo capisci subito, ovvio. Nemmeno Elvira capisce al volo quello che le succede dopo il suo assolo di campanello. Perchè le succede veloce, non ha molto tempo per pensare, è chiaro che se fosse arrivata con un minimo di protezione attorno a quel vestito leggero, rosa come le albe che le evaporavano dal biglietto del treno comprato con gli ultimi risparmi, di certo non si sarebbe ritrovata di nuovo lì, ferma come un ebete a chiedersi perchè. Lì, di nuovo alla stazione Termini, a riprendere in giornata il diretto per Napoli. La valigia non è nemmeno riuscita ad appoggiarla. Nemmeno volendo avrebbe potuto lasciarla dopo che lui le aveva detto lapidario, come lo sono solo i giovani, quel Non ti amo più. Poiché non si fermava Elvira. Restava in viaggio, la valigia di pelle stretta nel pugno.
Certo è confusa. Non si capacita. Non riesce nemmeno a piangere per la verità. Allora si gira e si rigira, cerca il numero del treno, il binario, prova a destra, poi ci ripensa e riprende la strada verso sinistra. Finchè si ferma. Respira Elvira. Si concentra. E quando decide che è giunto il momento con voce sicura si avvicina ad un ragazzo, a pochi metri da lei. Gli chiede l'indicazione che le serve, Per cortesia, grazie, buona giornata.
Tutto questo Elvira me lo racconta mentre estrae i fagioli dal loro verde bacello. Come fossero passeggeri di tante scialuppe di salvataggio e lei un Dio feroce che li raduna per poi annegarli tutti in un grande mare in padella. Accanto a lei il marito, che le dice come si dovrebbe fare, come la regola d'arte vorrebbe la sbucciatura dei fagioli. Cinquant'anni di matrimonio. Degli eroi ai miei occhi. Eroi con mani bellissime, da fissare nella memoria, mani che si dovrebbero aspirare come i successi.
Diglielo, le dice lui, diglielo.
E allora lei me lo dice. E lo fa con un sorriso mesto che lo vedi che ha dentro quella felicità lì, delle persone che in fondo hanno fatto della loro vita ciò che volevano.
Elvira, diciott'anni, ringrazia il ragazzo e si avvia verso il suo treno, poco più in là. Può persino piangere un po' ora, anche se lo fa solo con gli occhi come si conviene in pubblico. Trattiene la disperazione per il suo letto, per il buio, per le ore che trascorrerà da sola. Si siede nello scompartimento, la valigia finalmente appoggiata sopra la sua testa a contenere cose che Roma non vedrà mai. Ed è giusto prima di partire che il ragazzo incontrato solo una decina di minuti prima si siede di fronte a lei. Gli hanno dato l'esattezza di quel posto, a lui. Si chiama Dino e ha vent'anni.
Vedi, la vita, quant'è vigliacca. Ci ha proprio quell'umorismo lì.
Ero io, dice lui, finendo il cruciverba e appoggiando gli occhiali sul tavolo. Chissà dove sarebbe andata senza di me. E allora io le chiedo, a Elvira, scusa ma come fai dopo cinquant'anni a stare ancora con lui?
E lei, come se quella frase se la fosse studiata da una vita solo per dirla a me, solo per questo momento preciso, ha sollevato gli occhi dalle sue faccende, ha fissato i miei e ha detto: Dino mi ha dato l'indicazione e io l'ho seguita.
Ed io mi chiedo come ho fatto a non pensarci prima.

