La Tela di Penelope

Aneddoti e pensieri

mercoledì, novembre 30, 2011

Il treno



Elvira ha diciott'anni. Un abito nuovo, una valigia in mano, un biglietto del treno Napoli-Roma tra le dita, sola andata. E' pronta. Ha deciso di raggiungerlo là quell'amore sofferto, che si ruba al consumo. Di anticiparlo sui tempi, di coglierlo di sorpresa.
Elvira ha tutta l'aria di chi sta facendo un grande passo, di chi ha le idee chiare, di chi sa esattamente ciò che vuole. I binari le scorrono veloci sotto i pensieri. 
Guarda l'indirizzo perchè Roma è grande e lei non c'è mai stata. Ha in testa una lunga serie fluorescente di immagini meravigliose, di situazioni studiate e rivoltate come bistecche al burro, di quando lui la prenderà tra le braccia e la bacierà e le dirà Benvenuta, ti aspettavo. Le escono delle speci di bagliori dalle fessure degli occhi, mentre cammina incontro al sole. Via, numero, ingresso, il suo nome sul campanello. Suona Elvira, come fosse il primo violino di un'orchestra, con fierezza e vigore.
Ed è strano come si contorca la vita, come si diverta a prendersi gioco delle decisioni umane, quasi dicesse tra sé e sé, ah sì, allora ti mostro io cosa so fare. Ci ha quell'uomorismo invertebrato che poi lo capisci solo dopo, magari dopo mesi, magari dopo anni. Quando ormai di quella cosa lì ti rimane solo un sorriso preciso, quello dei ricordi piacevoli, quello del passato più antico, delle vecchie cartoline di te con quei vestiti che gli occhi del futuro riusciranno sempre a vedere assurdi.
Mica lo capisci subito, ovvio. Nemmeno Elvira capisce al volo quello che le succede dopo il suo assolo di campanello. Perchè le succede veloce, non ha molto tempo per pensare, è chiaro che se fosse arrivata con un minimo di protezione attorno a quel vestito leggero, rosa come le albe che le evaporavano dal biglietto del treno comprato con gli ultimi risparmi, di certo non si sarebbe ritrovata di nuovo lì, ferma come un ebete a chiedersi perchè. Lì, di nuovo alla stazione Termini, a riprendere in giornata il diretto per Napoli. La valigia non è nemmeno riuscita ad appoggiarla. Nemmeno volendo avrebbe potuto lasciarla dopo che lui le aveva detto lapidario, come lo sono solo i giovani, quel Non ti amo più. Poiché non si fermava Elvira. Restava in viaggio, la valigia di pelle stretta nel pugno.
Certo è confusa. Non si capacita. Non riesce nemmeno a piangere per la verità. Allora si gira e si rigira, cerca il numero del treno, il binario, prova a destra, poi ci ripensa e riprende la strada verso sinistra. Finchè si ferma. Respira Elvira. Si concentra. E quando decide che è giunto il momento con voce sicura si avvicina ad un ragazzo, a pochi metri da lei. Gli chiede l'indicazione che le serve, Per cortesia, grazie, buona giornata.
Tutto questo Elvira me lo racconta mentre estrae i fagioli dal loro verde bacello. Come fossero passeggeri di tante scialuppe di salvataggio e lei un Dio feroce che li raduna per poi annegarli tutti in un grande mare in padella. Accanto a lei il marito, che le dice come si dovrebbe fare, come la regola d'arte vorrebbe la sbucciatura dei fagioli. Cinquant'anni di matrimonio. Degli eroi ai miei occhi. Eroi con mani bellissime, da fissare nella memoria, mani che si dovrebbero aspirare come i successi.
Diglielo, le dice lui, diglielo.
E allora lei me lo dice. E lo fa con un sorriso mesto che lo vedi che ha dentro quella felicità lì, delle persone che in fondo hanno fatto della loro vita ciò che volevano.
Elvira, diciott'anni, ringrazia il ragazzo e si avvia verso il suo treno, poco più in là. Può persino piangere un po' ora, anche se lo fa solo con gli occhi come si conviene in pubblico. Trattiene la disperazione per il suo letto, per il buio, per le ore che trascorrerà da sola. Si siede nello scompartimento, la valigia finalmente appoggiata sopra la sua testa a contenere cose che Roma non vedrà mai. Ed è giusto prima di partire che il ragazzo incontrato solo una decina di minuti prima si siede di fronte a lei. Gli hanno dato l'esattezza di quel posto, a lui. Si chiama Dino e ha vent'anni.
Vedi, la vita, quant'è vigliacca. Ci ha proprio quell'umorismo lì.
Ero io, dice lui, finendo il cruciverba e appoggiando gli occhiali sul tavolo. Chissà dove sarebbe andata senza di me. E allora io le chiedo, a Elvira, scusa ma come fai dopo cinquant'anni a stare ancora con lui?
E lei, come se quella frase se la fosse studiata da una vita solo per dirla a me, solo per questo momento preciso, ha sollevato gli occhi dalle sue faccende, ha fissato i miei e ha detto: Dino mi ha dato l'indicazione e io l'ho seguita.

Ed io mi chiedo come ho fatto a non pensarci prima.

mercoledì, novembre 02, 2011

Quattro del mattino


Ti voglio portare con me di ritorno da un concerto, su un'autostrada deserta vestita di nebbia in mezzo a terre mai viste ed ora invisibili. Voglio portarti al termine di questo viaggio diritto, nell'interno della notte, con le note di un basso sparate nelle orecchie e i cartelli stradali che sbucano come apparizioni ai lati della carreggiata. Tre ore messe una accanto all'altra finchè il bianco inizia a diluirisi, la strada a salire, il paesaggio a spogliarsi in modo lento e curato, come una signora anziana ai piedi del suo letto di vedova. Vorrei condividere con te la gioia di queste curve buie tra alberi e colline fino allo snodo cruciale in cui lo sguardo si blocca, come rapito, e le ruote sterzano in modo brusco, quasi per errore, su uno spiazzo di sabbia al lato sinistro della strada. Tenendoti per mano voglio portarti in piedi davanti a un vuoto nero di velluto, capelli fluidi di un'amante orientale che si accendono sulle punte di bianco e di arancione, immersi nel latte d'acqua della coperta di nebbia che avvolge la città sullo sfondo. Un'aurora boreale ribaltata, specchiata sulla superficie della terra. Una lingua di vapore colorato, un tramonto inverso, un'incisione fluttuante nel centro del vuoto. E attorno la quiete di una notte senza automobili, senza luna, senza vento, racchiusa nello spazio del sonno. Immagina solo il respiro, lo scricchiolio della ghiaia sotto le suole, lo sfiato di fatica che spegne del tutto l'automobile e la rende silenziosa. Perchè è in questo silenzio accennato che vorrei portarti ad alzare lo sguardo verso l'alto, su uno strazio stellato che tutti i poeti e gli scrittori hanno tentato invano di descrivere con la consapevolezza, una specie di morte nel cuore, di non poterci riuscire mai. Non le hanno ancora inventate le parole per descrivere quella cosa lì. Quel numero infinito di spilli luminosi che sbucano palpitanti nella calda coperta della notte. Uno squarcio puntiforme in una latta densa di petrolio.
Ti voglio portare con me fin qui, fino a questo pezzo di terra dispersa, con la testa piegata verso l'universo e le lacrime, bellissime, a scorrere fiere fin dentro al collo, umili di vita, lacerate dalla bellezza di quest'ora d'autunno inoltrato. Ti voglio stringere la mano fino al ritorno, fin sotto le lenzuola, fino alle prime luci dell'alba che ci sorprenderà diversi, giusto due scalini più su.