La Tela di Penelope

Aneddoti e pensieri

giovedì, settembre 21, 2006

Bottoni

Ho immaginato una stanza piena di bottoni. Bottoni dappertutto, sulle pareti, sul soffitto, sul pavimento. Bottoni che ricoprono i mobili, i divani, le tende, i tappeti. Bottoni di tutti i colori, di ogni misura, piccoli, grandi, medi, colorati, di madreperla, quadrati, rotondi, a forma di casa, di cane o di farfalla, piatti, concavi e convessi, brillanti ed opachi, disegnati, a righe, a pois, a fiori, imbottiti e lucidi, cuciti ed incollati. Bottoni a ricoprire ogni cosa, come a volerla fermare, come a volerla allacciare. Bottoni. Solo il nome può riempire una stanza, con tutte quelle "o" e "t" e con quella grande, sboccata "B". Bottoni. La bocca forma un fiore e la lingua percorre palato e denti, come se rimanesse prigioniera di quella parola. Bottoni.
E poi lì, seduto su un divano di bottoni, ci ho immaginato te.
E tutto il resto è svanito.

giovedì, settembre 14, 2006

Vento e Polvere. (vecchio racconto recuperato dall'anno 2003)

Polvere e vento. Vento e polvere. In un paesaggio desertico ed ostile, turbini di sabbia gialla s’infrangono sulle facciate delle case, e stiamo parlando di sabbia che vede la pioggia solo un paio di volte l’anno, sempre che quest’ultima non si dimentichi l’appuntamento. Il sole cade a picco sulla superficie d’oro del deserto, dando vita a cerchi concentrici sempre più luminosi, man mano si avvicina l’ora più calda della giornata.
Lud Van Nistelrooy con un foulard al collo e il cappello calato sugli occhi, si avvicina alla vecchia fontana accanto alla locanda di Mary, per rinfrescare il cavallo. Poi, lo lega al palo di fianco, prende il cappello, si asciuga il sudore che gli scende lungo le tempie e si ferma dinanzi alla locanda.
“Aspettami Vecchio mio” dice rivolgendosi al paziente destriero ”do un’occhiata a quei brutti ceffi là dentro e torno. Intanto tu bevi quanto vuoi, offre la casa!”. Ghigna. Se la ride di gusto.
L’olandese alza lo sguardo sulla veranda e si trova dinanzi le vecchie gemelle Choen, duplicato perfetto. Il vento non ha scolpito quelle due colonne d’Ercole.
Wanda Choen lo blocca sul primo gradino aggredendolo:
“Che cazzo sei tornato a fare Van Nistelrooy?”
“A quanto pare, invecchiando non avete perso il senso dell’umorismo” dice Lud.
“Non fare lo spiritoso, non troverai niente di buono qui” gli risponde Wanda.
Lud non si fa scappare la cicatrice sull’occhio della gemella numero uno, Lucy. Sale tre scalini, sorride, le si mette a fianco e prima di aprir bocca si trova attaccato al muro con le palle strizzate nella mano destra della gemella numero due Choen, Wanda.
“Non ci provare sparviero o te le riduco alle dimensioni di un fagiolo!” gli dice.
“Va bene, va bene, credevo che il tempo avesse cancellato tutte le ferite, ma a quanto pare mi sbagliavo”. Per il momento meglio tenersele buone quelle due, gli sarebbero tornate utili.
Lud si ricompone, si riaggiusta la camicia, sputa per terra e guarda l’ora sul campanile della chiesa.
Sono le due e mezza a Bladeville, ma non possiamo esserne certi, ed è estate da un pezzo, anche se per dirla tutta qui non ci sono stagioni, né solstizi. Le sorelle gemelle se ne tornano a casa prendendosi sotto braccio, come per sostenersi dal vento e dalla polvere. Anni prima Lucy, era stata sfregiata in viso da uno straniero, suo amante abituale. Lei gli concedeva tutto, anche il dolore. Sanguinò così tanto che dovettero portarla in città per chiuderle la ferita, mentre il suo amico cowboy se la svignava in groppa al Vecchio destriero.
Nel frattempo il vento continua incessante la sua corsa, sembra voglia sospingere l’intero paese ai confini del mondo. Dal retro del locale fa capolino un omone di grossa statura con la testa così piccola che sembra aver litigato per sempre con il resto del corpo. Sorride avvicinandosi a Van Nistelrooy.
“Quelle due se la sono proprio legata al dito, basta che sbagli una volta e sei già fregato!” dice.
“Big Johnny! Quanto tempo, cazzo! Come stai?”. Lud è contento di rivederlo. Quell’uomo gli ha salvato la vita parecchie volte in passato.
“Io bene, in quanto a te non so se me ne starei qui ancora per molto. C’è parecchia gente che ti vuol vedere con una pallottola in testa, Lud” lo avverte Big Johnny.
“Che ci provino! Sono tornato apposta! E lo sceriffo come sta?”
“Cornuto, come vuoi che stia?”
“Sono permalosi da queste parti“ risponde Lud sghignazzando.
“Vendicativi piuttosto”. Lo sguardo di quell’omone non è mai stato così serio. Van Nistelrooy si tocca la pistola . Come sempre è al suo posto. L’altra la tiene nascosta dove non batte mai il sole e pochi sanno dov’è. Forse Mary, la moglie dello sceriffo, l’ ha vista ancora in uno dei loro momenti d’intimità. Ma non ditelo a lui, è una cosa che lo fa incazzare. Big Johnny se ne va, sale sul suo cavallo e lo saluta dicendogli che ora si è trasferito in città e che lo aspetta un giorno di questi. Caffè di prima qualità, dice. E niente polvere.
Lud pensa che ci andrà prima o poi. Salutando Jhonny con un cenno del capo, entra nella locanda. La porta si apre e cigola dietro di lui. All’interno c’è un pianoforte, un pianista, una bella signora e quattro ubriaconi malati di gioco, che da soli riempiono di fumo tutto il locale. Non si sente nessuna musica perché il pianista è morto e a guardarlo bene deve essere lì da un pezzo. L’olandese cammina a passi lenti con il cappello calato, si siede al bancone e ordina da bere. Fuori soffia ininterrotto il vento.
Da lontano, verso ovest, si sente un motivo fischiettato, che accompagna il naturale turbinare della polvere, mentre si solleva da terra portando con sé fili d’erba. O quel poco che ne rimane. L’uomo che fischietta si chiama Lemon e a lui non gliene importa un fico secco di nessuno, nemmeno di sua madre. Avanza verso Bladeville, perché gli hanno detto che lì non ci sono le stagioni e forse, delle volte si ferma anche il tempo, e a lui non gliene frega un cazzo né delle stagioni né del tempo. Ha un affare in sospeso da sistemare.
Ad un tratto si ferma, smette di fischiare e decide di avere sonno, perciò, si addormenta.
All’interno della locanda, Mary labbra di fuoco in sceriffo di Bladeville, si avvicina allo straniero.
“Buongiorno Van Nistelrooy, qual buon vento ti porta?”
“Vento dell’est, donna”
“Non credo che tu abbia scelto il posto giusto per fermarti a riposare cowboy. In ogni modo non farti riguardo se dovessi aver bisogno di un bel bagno...io, come tu sai, sono sempre disponibile”. Mary, gli posa una mano sul braccio e gli strizza l’occhio passandosi la lingua sulle labbra. Ha due gran belle tette, pensa Lud.
“E’ per questo che mi sono fermato proprio qui Mary” le risponde “per vedere se qualcuno ha conservato un buon ricordo di me e delle mie pistole”.
Da dietro il bancone brilla una stella a cinque punte, ma per il momento aspetta.
Al tavolo stanno seduti in quattro e continuano a barare. In realtà non giocano, fanno solo finta. Si fanno chiamare Starr, Lennon, Harrison e McCartney.
A volte si fatica a distinguerli, se non fosse per gli occhiali di Lennon sembrerebbero tutti uguali, con quel casco di banane in testa. Sono gli unici a Bladeville che riescono a tenere i capelli a posto.
Fuori il vento si placa un po’. Ora sembra tutto più tranquillo.
Le gemelle Choen si sono armate fino ai denti e con precisione prendono posto sul portico di fronte alla locanda. Lucy, la numero uno, mira giustamente alle palle; Wanda, la numero due, punta alle gambe. Non lo vogliono morto subito. Prima, quel bastardo, deve sanguinare. E soffrire il più possibile.
A destra di casa Choen, verso est, un ragazzo a torso nudo, Carpe Diem, coperto dalla vita in giù da pelli di animale, cammina socchiudendo gli occhi, con i lunghi capelli neri che si attorcigliano in vortici scomposti. In mano ha un arco e una sola freccia. L’aquila gli ha riferito che è arrivato il suo momento.
A cinquanta passi dalla locanda si ferma e di siede con le gambe incrociate. Aspetta, perché sa che verrà il suo turno.
Nella locanda, Mary serve del whisky a Lud e asciugando un bicchiere gli sorride. Lo chiamano strizzabudella e credetemi, un motivo c’è.
L’olandese lo annusa e lo riappoggia sul bancone.
“Credevi davvero che fossi così cretino bellezza?” dice Lud.
“No, ma io ci ho provato” gli risponde lei.
Van Nistelrooy la guarda. C’è una strana luce nei suoi occhi.
“Sai cosa mi aspetta?”le chiede.
“La morte?”
“No, il mio cavallo, il Vecchio”
L’olandese si gira e si trova a faccia a faccia con cinque punte, il cornuto della situazione che gli sta puntando una pistola alla testa e una allo stomaco.
“Buongiorno sceriffo, qual buon vento?”
“Vento del nord cowboy”.
Lud sa che con lui non si può scherzare, perciò tenta una qualsiasi via di fuga:
“Non potremmo risolvere la questione da uomini, ad armi pari?” gli dice.
“Da uomo a pezzo di merda vorrai dire”
“Come vuole lei” risponde Van Nistelrooy.
Lo sceriffo lo sospinge all’esterno, tenendogli puntate addosso le pistole.
Il vento si placa, ma in lontananza i suoi urli continuano ad imperare, lasciando una scia di polvere bionda a ricoprire il tutto. I quattro bari si alzano e tengono aperta la porta per far passare lo sceriffo e il vecchio nemico. Mary va avanti ad asciugare bicchieri.
Il vento si rialza e comincia a sollevare alti turbini dorati. Lo sceriffo si ghermisce gli occhi e Lud abbassa la tesa del cappello sul naso.
I due si ritrovano sulla veranda a pochi passi l’uno dall’altro, l’orologio della chiesa suona le tre e la porta della locanda rimane aperta.
Lucy Choen spara per prima. Il proiettile del suo fucile percorre in linea retta la via che lo porta alla testa di Mary, così impara a rubarle l’amante, quella puttana. Mary finisce a terra con ancora in mano lo straccio e il bicchiere. Un vero schianto quella donna, fino all’ultimo dei suoi movimenti. Il secondo proiettile parte per istinto dalla pistola dello sceriffo e penetra dolcemente nell’occhio buono di Lucy, che si accascia ormai cieca, sferrando l’ultimo colpo in canna verso Lemon, il cowboy venuto dall’ovest per uccidere il suo amato Lud. Alla morte improvvisa di Lemon, il più alto dei quattro bari, lancia un urlo verso il cielo e comincia a sparare all’impazzata sprecando tutti i suoi proiettili contro un ipotetico Dio, e beccandosi un tiro in fronte da Wanda Choen, che se l’era fatta addosso dalla paura di essere presa ed era incazzata come una iena per la perdita della sorella.
“Maledetto beone. Che cazzo si spara in quel modo?” dice a voce bassa.
Il vento continua a soffiare in mezzo a quel macello. Si sente la porta della locanda chiudersi e i tre bari rimanenti allinearsi accanto al corpo dell’amico, mentre una lunga freccia avvelenata li infilza come tre spiedini in fila indiana. Cadono ensamble. Uno, due, tre. Carpe Diem sale sul suo cavallo e si allontana al trotto pregando l’aquila di accontentarsi di tre corpi anziché quattro. L’anima di suo padre è stata comunque vendicata. Approfittando dell’assenza di sguardi, Lud Van Nistelrooy cerca di defilarsi, ma viene raggiunto da due pallottole, una alla testa e l’altra allo stomaco. Drammaticamente si accascia a terra.
Wanda Choen e lo sceriffo si guardano a lungo, entrambi con in mano la loro arma a doppio taglio, pieni di rabbia e di risentimento.
“Toccava a me ucciderlo sceriffo!” urla la gemella numero due Choen.
“Non erano questi i patti!” le risponde lo sceriffo.
“Non c’era nessun patto sceriffo!”
“Appunto!”.
Due proiettili di diverso calibro s’incontrano esattamente a mezza via, si presentano e si lasciano con la promessa di rivedersi ancora, ignari del fatto che finiranno entrambi conficcati in costole umane per non ritrovarsi mai più.
Alle tre e dieci, a Bladeville, dieci corpi spirano esalando un ultimo grande respiro, che accompagna il vento verso cittadine abitate, perché qui, non gli si può dare torto, è diventato un mortorio.
All’interno della locanda il pianista si alza, si accende una sigaretta e comincia a suonare.
Musica.

mercoledì, settembre 13, 2006

Maurizio Pollini

Pollini non è un pianista. In effetti è un chirurgo. Lui la musica sul pianoforte la esegue alla perfezione, non uno sbaglio, non un inflessione, non una scivolata di cattivo gusto nella propria passionalità.
Le note ne escono pulite, asciugate, splendenti. Una dopo l’altra ti sfilano davanti che le potresti vedere. Le senti tutte, le chiami per nome.
Ma hanno bisogno di tempo. Come una bella donna insicura, hanno la necessità di essere ascoltate, ammirate, godute solo con voglia e con pazienza.
Così stamattina mi sono svegliata ed ero pronta. Ho acceso lo stereo ed ho alzato il volume. E quello che ho sentito era perfetto. Un taglio preciso, un colpo secco, un triangolo equilatero.
Pollini, stamattina, citando Chopin, mi ha violentata.
Ma senza farmi male.

giovedì, settembre 07, 2006

En passant

Oggi ho ripensato a quel giorno in cui mi chiedesti qual'era la cosa di cui avevo più paura. La mia risposta, allora, fu sconclusionata e confusa. Non ne ero consapevole. Ma ora lo so.
Ho paura del tempo. Perchè il tempo non lo posso fermare.