Oggi visita medica. Un quarto alle tre. Ma sono arrivata mezz’ora prima perché trovo che stare seduta nei luoghi pubblici sia incredibilmente divertente. Si potrebbe definire il luogo pubblico, come una musa. Un ricco corollario di gente. Ce n’è da scrivere ad averne voglia.
Perciò non mi sono portata nulla da leggere, né da pensare. Negli ultimi tempi mi sono data a questo particolare hobby. I romanzi scritti da altri non mi bastano più. L’umanità è in fondo la più grande operazione racconto che ci sia. Basta guardare con attenzione e cercare di non farsi sfuggire niente. Perciò mi sono solo seduta ad osservare, attendendo con pazienza il mio turno. In realtà non che ci fosse molto su cui appoggiare gli occhi, a parte qualche pittoresca coppia di mezz’età, impegnata a distrarre il pubblico dalle rughe sul viso con appariscenti magliette di lustrini e occhiali alla Top Gun. Mi stavo quasi stancando quando il mio sguardo è caduto poco più in là, a metà del corridoio. Una scena su cui riflettere: in questo lunga corsia di bianco vestita, miseramente ricoperta con deludenti stampe riproduttive, stava nel mezzo, proprio in centro come a prendersi cura di tutto l’androne, una piccola scrivania di legno e formica dietro cui facevano capolino due donne di circa quarant’anni, ben pettinate e truccate. Sembrava fossero in vetrina. Due suggestive signorine buonasera. Mezzobusto e nulla più. A me hanno fatto venire in mente una delle rare bambole che avevo da bambina: viso, capelli e seno. Niente mani. Una di quelle bambole da pettinare e truccare. Senza mani. Fortunatamente quelle due, le mani le avevano in bella vista e spesso con fare ammiccante tra i capelli. E fin qui nulla su cui riflettere. Due segretarie in un'unica scrivania. Strano. Ma vero.
Ora, mentre le osservavo con la coda dell’occhio, da una delle tante porte del corridoio esce un uomo: quarant’anni, brizzolato, fisico allenato, abbigliamento casual sotto il camice aperto. In viso non lo vedo subito. Se ne va in fondo al corridoio passando di fronte alle due donne. Loro sorridono, ammiccanti. Si toccano i capelli. “Buongiorno dottore” gli dicono sbattendo le palpebre.
“Buongiorno” risponde lui, con cortesia senza smettere di avanzare verso il fondo della corsia. È allora che si volta e mi mostra il viso: abbronzato, sorriso curato, un bell’uomo. Nulla di straordinario, volendo anche uno scarso carisma, ma…niente da dire. Un bell’uomo. Così, lui si gira e fa due o tre passi all’indietro, quasi fosse un ballerino e non un dottore. Una giravolta per essere meglio adulato. D’altronde, come dargli torto? A chi non piace essere ammirati? E quelle due! Ah! Quelle se lo mangiavano con gli occhi, abbassando lo sguardo e muovendo le spalle come due gatte. “Non va in ferie quest’anno dottore?” gli chiede una delle due. “Fra una settimana!” le risponde lui ritornando sui suoi passi senza dimenticare di mostrargli i denti bianchi. Tutti miei, sembra voler dire.
Le due donne lo guardano andarsene sospirando. Non si lasciano scappare nemmeno un attimo della sua presenza. Si voltano dalla parte opposta all’unisono, solo quando il medico ha ormai chiuso la porta del suo ambulatorio. E sospirano, di nuovo. Non si dicono niente. Nemmeno si guardano. Stanno lì, struggendosi di voglie insoddisfatte. Il fascino della divisa mi dico.
Poi quelle due si alzano, insieme, svelando l’altro lato del mezzobusto. Camminano vicine, danno un’occhiata aldilà della finestra. Infine tornano meste al loro posto.
Io sorrido. Non le avevo mai viste dal vivo due gemelle siamesi.