Supermercato. Interno, giorno.
Il supermercato é di quelli grandi, con una sfilza
di casse all’ingresso e, come si vede solo in tempo di crisi, un paio di
cassiere lontane a digitare sui tasti quantità e codici. E´uno di quei
supermercati, questo, in cui se ci vai sempre finisci per conoscere tutti
quelli che ci lavorano e magari scambiarci anche un saluto, perciò quando c’è un
nuovo arrivato te ne accorgi subito. E poi alla fine non è che non la puoi
notare una così, perché a differenza di tutte le altre lei è bionda e
sorridente e fresca, come una rivista appena arrivata sugli scaffali. La vedi
in divisa, alla cassa che le hanno assegnato. La vedi a disagio aggrapparsi con
gli occhi a tutte le persone che entrano sfilandole davanti, mentre con gesti
automatici passa i prodotti sul lettore di codici a barre. Avrà quarant’anni o
forse più e sai esattamente cosa pensa, l’aria straniera che la circonda ne è
densa. Ma fai finta di niente, come tutti del resto.
Così fai la tua spesa, prendi l’acqua, il latte,
le patate, un po’ di frutta per la colazione e vai da lei, giusto per capire
dal suo modo di fare se ci tornerai. Perché tutti hanno una cassiera preferita.
È una cosa in grado di cambiarti l’umore di una giornata, poiché per fortuna,
un sorriso sconosciuto, un bel sorriso gentile ha ancora il potere di farlo.
Così se ne trovi una che ti va a genio, fai la spesa e alla fine ti fermi da
lei, anche se la coda è più lunga.
Ti avvicini alla cassa e la vedi in difficoltà. Ha
l’espressione fugace di un uccello in gabbia. Parla con la sua collega
spocchiosa e antipatica, mai una parola gentile, mai uno sguardo soddisfatto
negli occhi piccoli e scuri. Si vede che le sta dicendo qualcosa riguardo al
lavoro e al modo in cui lo mette in pratica. La collega sembra scocciata,
capeggia con il mento alto e le narici divaricate. Ha in mano un pacchetto di
soldi, usa la cassa come se fosse prima di tutto sua, escludendo la bionda da
ogni gesto. La tensione si scioglie solo al nostro arrivo, quando la riccia mora se ne
va a testa alta tagliandoci la strada e la bionda subito ci saluta ma più che altro
ci ringrazia. È sudamericana lei ed ha vissuto a Milano per molto tempo.
Ha un buon profumo, così glielo dico e lei mi spiega che quando viveva in
Italia, casa sua era proprio di fronte a Moschino, così le commesse spesso le
regalavano i campioncini. Sorride. Sembra contenta di allenare con noi il suo accento del nord. È a suo agio in questo siparietto
all’italiana dove si sta ricavando il momento preferito della giornata,
tanto che alla fine ce lo dice, che è bello, che noi gliel’abbiamo rallegrata,
la giornata. E allora mi chiedo cosa ci faccia qui, su quest’isola sperduta
nell’oceano, cosa ci faccia un fiore in mezzo a tutte queste spine, cosa l’abbia
portata qui a farsi rovinare le giornate e mi viene voglia di abbracciarla e
dirle qualcosa di bello. Mi viene voglia di sussurrarle all’orecchio di non
avere paura, perché tutte le esclusioni razziste nascono dall’ ignoranza, dalla
consapevolezza dei propri limiti e dalla paura. E non c’è niente di più inutile
e sbagliato di avere paura della paura altrui.
E in un attimo comprendo il significato vero della
parola “solidarietà”. Questa straordinaria, impercettibile sconosciuta.

