La Tela di Penelope

Aneddoti e pensieri

martedì, gennaio 03, 2012

Enne Bi


L'impressione è quella di camminare su un lago di ghiaccio, di quelli che hanno intorno alberi e montagne e sotto l'infinito delle profondità acquatiche. Lo fai con cautela, cercando talvolta appigli sicuri, incerto se procedere o rimanere fermo, nel disagio del luogo in cui ti trovi. Hai sempre, sempre, la sensazione di disturbare un lavoro complicato, di essere arrivato nel momento sbagliato anche se era quello il posto e quella l'ora in cui lei ti aspettava. Come se esistessero dei mondi che a te non sono concessi, nel quale non ti è permesso sbirciare, né tanto meno entrare. Questa è lei. Questa è l'impronta che ti da, non solo la prima volta che la incontri, ma anche le successive, anche quando parlarci ci hai già parlato un pò.
Il locale in cui ti aspetta è fuori città, in una provincia non troppo lontana. Ha un aspetto accogliente ma distaccato, come le poltrone su cui ti siedi: squadrate, senza schienale, addobbate di cuscini, per renderle meno spiacevoli, più famigliari. 
Il ghiaccio scricchiola sotto i tuoi piedi. Volumi di acqua scura si muovono senza toccarti. 
Il locale si riempie, gente che si ritrova nel centro della propria piccola città, un lunedì sera d'inizio anno, per bere, per parlare. Tu te ne stai su due piedi con il bicchiere di vino rosso che ti hanno infilato in mano e attendi, perchè hai come la sensazione che lì attendere sia sacrosanto, che di lì a poco accadrà qualcosa. Lo senti come si percepiscono i grandi rumori quando vengono da lontano, i crolli, gli scoppi, i terremoti. Lo senti come una prima iniziale, fluente nota. Una voce che sussurra, appesa al supporto di un microfono, la sua. 
Ti scappa da pisciare ma la tieni. Davanti a te tre amici e un cane erano pronti per andarsene ma decidono di restare. Si tolgono i giubbini, li appoggiano dietro la schiena. Il cane si sdraia al suono di un piccolo tamburo che si accavalla a quello di una tastiera, e mentre un basso riposa accanto a strumenti giocattolo, lei canta con se stessa, con due, tre, quattro volte la sua voce. Un coro, un'intero gruppo musicale si concentra tra le dita delle sue mani e le punte dei suoi piedi. Vedi scorrere acqua, il ghiaccio inizia a sciogliersi. E' lei che ti permette di dare un'occhiata là sotto, nella sua intimità, in quello che è davvero. Suona come fosse sola, alle volte si riprende, lancia uno sguardo, chiude la porta, poi ci ripensa, la lascia socchiusa. L'acqua sotto di te riesce ad essere calda e fredda insieme. Ed è a quel punto, con i piedi ormai immersi, che ti accorgi dei particolari: le pantofole di suo figlio, piccolissime, sostengono e sollevano la cassa, delle bacchette da batteria fissate con del nastro adesivo supportano una mezza pianola, due paia di mutande arrotolate attorno ad altre bacchette permettono dei suoni più attutiti sulla superficie di una mezza batteria. E' tutto provvisorio, precario. E' tutto puntuale ed esatto. Meraviglioso, ecco. Come il lago ghiacciato in cui ti ritrovi, che si scioglie e si ricompone sotto le suole delle tue scarpe. 
I tre amici di fronte a te si rimettono il giubbino, poi se lo ritolgono, decidono di restare ancora. Tra un pezzo e l'altro la gente chiacchiera, ma non appena lei decide di ricominciare è il silenzio a sorreggerla. Ti accorgi che dirige i rumori, i suoni, non solo nelle immediate vicinanze, ma anche lontano, anche le voci della gente, lo sbattere dei bicchieri nella lavastoviglie, la chiusura della porta che da verso il bagno. Non capisci come ci riesca. Ma succede così, che ci riesce e basta. 
E intanto tu stai lì, fino alla fine, con la viscica che ti scoppia, e quel lago che lentamente si sghiaccia e cambia forma e ti senti grato e vorresti dirglielo. Brava e folle, ecco cosa vorresti dirle. Magari anche un grazie, detto bene.
Perchè lei, quella distesa ghiacciata e difficile sui cui rimani in equilibrio senza sapere mai bene cosa dire e cosa fare, ti ha insegnato una cosa importante questa sera. Che non sono i mezzi a far la differenza. Ma il talento. 
Allora alla fine glielo dici quel grazie e lei, d'impacciato garbo, non ti chiede il perchè cosicchè tu possa correre ora e scivolare sul manto sicuro di quel bianco rinnovato e di nuovo congelato.