The Voice
In realtà non stavo nemmeno ascoltando. Alzavo gli occhi di tanto in tanto dal libro che stavo leggendo, mi godevo qualche battuta seduta sul divano dove di solito non mi siedo mai. Poi l'occhio mi cade su un ospite straniero, al di là dello schermo, un ragazzo che mi sembra di aver già visto ma che in realtà non ho visto mai. Mai sentito. Allungo l'orecchio sulla musica che inizia per piano solo.
Adesso attacca penso, e invece no, le note proseguono una dietro l'altra, in un intro che lascia spazio al pensiero, alle domande.
Mi piace questa scelta di lasciar parlare un solo strumento e di lasciarlo sfogare a lungo. Stacco gli occhi dal libro e li alzo su di lui, che si muove come un ragno, piccolo, concentrato, già vecchio di fronte a quella platea di lusso. Curioso, fiero. Sembra non abbia nessun timore, nessuna paura.
Ed ecco che aggrappato ad una parola, lo strumento che si porta chiuso in gola risuona e sul sorriso spontaneo che mi si affaccia in viso qualcosa si blocca, qualcosa non quadra. Dalla minuscola cassa di amplificazione della nostra tv ne esce uno sbaglio, una voce che è quella di una vecchia che ha vissuto tutti i suoi cento anni ed ora sputa sul microfono le parole tenute nascoste da una vita, un dolore complesso, intenso e antico come il resto mummificato di un primate. Come lo scheletro di un passero scarnificato dal tempo in una casa disabitata. Non riesco a credere ai miei occhi, alle mie orecchie.
L'aria si condensa, si riscalda, io smetto di respirare. Tutto è concentrato attorno a quel piccolo corpo d'uomo che ci parla di sè, che svende la sua esperienza, che ci regala questi tre minuti di assoluta concentrazione.
Mi dimentico il libro, mi scordo di cosa parla. Quella voce mi strizza come uno straccio bagnato, mi asciuga e mi restituisce al mio tempo stordita e confusa.
Non capisco quello che ho sentito. La sua forza, la sua violenza mi hanno tolto il respiro, fatto fare sogni assurdi, scrivere infine questo pezzo.
Asaf Avidan è il suo nome. Standing Ovation. E grazie.

